Io ti proteggerò,
oh si ti stringerò
e mai niente ti farà del male…
io ti accarezzerò e poi ti cullerò
per farti addormentare
e ti canterò canzoni di forti emozioni
quando fuori tuona il temporale
e sempre ti sussurrerò
quelle dolci parole
che so ti fanno bene… ultimalba
…stanotte
nel sogno abbandonata
mi dormivi accanto
eri un incanto
di morbida bellezza
la tua pelle
tessuta con un raggio di luna
ne aveva lo splendore
e quella trasparenza
che svela i sogni dell’amore
stanotte
col filato dei pensieri
t’ho cucito addosso
una veste di tessuto fino
un merletto leggero
di color turchino
fatto di seta pura
trapunta nel broccato
stanotte
sul tuo corpo desiderato
ho steso una coperta di sospiri
calda
come una brezza di primavera
stanotte
ho provato
la gioia tra tutte la più vera
quella di vedere all’improvviso
fiorire come un fiore delicato
un sorriso come di cuore grato
un’altra gemma preziosa
sul tuo splendido viso…
La notte tutto si dilata
i sogni riempiono spazi
immisurabili
e si fondono
con lo splendore delle stelle.
Nella terra dei giganti
anche il pastore
carico d’anni
arriva a toccare il cielo
dove può amare
riamato
persino la luna
Non è più notte…
non è ancora giorno.
È l’ora
del desiderio e delle visioni.
Ti vedo,
sul fianco abbandonata,
immersa però
nel sonno che ti risana…
Per questo
resisto alla voglia di assalirti
con un vortice di baci
e una tempesta
di carezze ardenti.
Ma che ti amo
e TI DESIDERO
è piena la cortina delle notti
scavate dai miei sospiri
e dalla voglia pazza di te.
Dolce e seducente
mia luna.
Qualcuno ha detto che la "poesia non è di chi la scrive ma di chi ne ha bisogno", (le serve), ebbene SI,perchè ieri,sfogliando,a caso, alcuni blog ,mi sono trovata dei gioielli autentici da portare al collo senza paura che i ladri me li portino via. Desidero e voglio,allora, RINGRAZIARE colui che si è firmato ULTIMALBA perchè leggendolo,mi ha permesso di trascendere il cupo d'uno stato d'animo,fare della malinconia, nebbia che sale e in sole si tramuta e,perchè la tenerezza stava calma e piena in quei versi,lieve come libellula che gioca nel segreto, con vene,arterie e piccoli vasi, mentre nella profondità lo nutre del miele che ha raccolto nei suoi molteplici viaggi. Nel chiudere questi ringraziamenti,desidero accompagnarli coi versi di un'altro grande poeta
-Majakovskij, rivolta ai "compagni posteri". "Coprendo /fiumane di poesia,/ scavalcherò i volumetti lirici / e come un vivo / parlerò ai vivi", "presentandomi /alla Commissione centrale di controllo / dei luminosi anni / futuri,/ sopra la banda /dei poetici ladri / e scrocconi,/ io leverò / come tessera bolscevica / tutti i cento volumi / dei miei //libri di partito". Mirka
Tutto è sostanziale imperfezione ma anche il nostro reddito più prezioso perché induce a migliorarsi
Che cercava, la donna, per scattare fotografie, come presa da vertigine nascoste nelle pieghe delle sue vene?... Doveva fermare l'attimo. Doveva. In qualche modo, per qualche via, sui lampi d'un tuono che sentiva da lontano e che gli brillava dentro come un quadro di Kandiskij. Forse persino nei recessi del l'inconscio, sempre pronto a riportare alla luce visioni antiche, archetipi, magie, lotte di fate e battaglie di dragoni. Tutto era tavolozza per arrivare al pennello di scrittura, catturare un nuovo colore, vivere l'emozione. Con la sua "vitalità da gatta" scattava, cercando, senza sapere cosa. Qualcosa, comunque, che legasse con fili arcani e invisibili la voce segreta che pareva guidarla in ogni momento importante. Il giorno prima aveva litigato aspramente con un vecchio amico, su delle piccole cose irrilevanti, ma che, purtuttavia, l'aveva disturbata portandola a reagire in modo esagerato. Con la "rapidità di tiro" con cui cambiava umore con estrema facilità, la bufera passò presto senza lasciare traccia. Lei era tornata seria e gioiosa di vita, puerile, persino, come può esserlo una bambina quando le si presenta un nuovo motivo per catturare tutta la sua attenzione. L'amicizia è spesso fondata sugli opposti, non sulle similitudini. Diversissimi per la struttura spirituale, lei non si intrometteva mai nella sua psicologia e nella sua vita interiore, né cercava d'influenzarlo o correggerlo. Così in lui si era rafforzata la fiducia e il senso di libertà. Sapeva che poteva fare affidamento su di lei,che non ci sarebbe stato inganno o derisione alcuna e, questo bene era cresciuto nel tempo diventando profonda amicizia. Poi quel litigio, stupido e senza senso li aveva improvvisamente allontanati, rendendoli estranei. Quasi estranei. La notte agitata ne era il risultato. La primavera, tutta in fioritura, gli uccelli canterini, un bicchiere in più sarebbe bastato a far girar la testa,sbrigliando la risata a lei,contagiando lui per tornare seri dopo. Così era stato nel passato,così sarebbe avvenuto nel presente. Karina era una natura semplice,e le nature semplici sono spesso incoscienti e istintive. Nel fare il Bene come nel fare Male. Il loro sesto senso è un'eco della preistoria,un ricordo di quell'alba primordiale quando gli uomini erano simili agli animali o come chi ha passato un'infanzia nella solitudine viva dei boschi, non ponemdosi problemi di cervello,pippe mentali,usando un suo termine ricorrente.
Forse ciò che la donna cercava con la macchina fotografica era il lampo di luce che la portasse a un luogo e non luogo dove la bontà E', a quel qualcosa,appunto,che le ricordasse la tenerezza del primo ricordo guizzante a tratti nel flusso del sangue all'improvviso Non era sempre stato questo a dare curiosità, vivacità, spinta irrefrenabile, il motivo sostanziale per vivere il "suo" tempo?... Karina lasciò la mano sospesa nell'aria e, scattando, ricordò. Ricordò la tenerezza vista e provata, di quando bambina, infastidita dalla lama di luce che usciva da sotto la porta che dava alla sua camera da letto impedendole di dormire, si era alzata e, con la camiciola che le ricopriva anche i piedi con il rischio di farla cadere, si era diretta alla porta responsabile di quel fastidio,per vedere chi c'era dietro quella freccia di luce. Socchiuse con tutta la cautela di cui le sue piccole mani erano capaci e agli occhi le si presentò una scena che non scordò mai.. La zia seduta a un tavolo di cucina,con la testa abbassata ostinatamente su un giornale. Le sue spalle avvolte dalle braccia di un uomo. Doveva essere piccolo quell'uomo rispetto alla zia, perché era evidente lo sforzo di abbracciare le spalle. Però quanto bene si percepiva in quelle spalle su cui con delicatezza infinita ci erano appoggiate delle braccia che solo la loro brevità di struttura impediva loro di avvolgerla completamente e tutta intera.
Mentre scattava un'altra fotografia il ricordo le andò a un altro tipo di abbraccio.
Con "precisione", rivide l'abbraccio di due corpi strettamente avvinghiati. Cos'era quel l'abbraccio se non la sensazione di eternità che penetra nel ritmo concorde dei sensi segreti e, avvicina a Dio, proprio nel punto più intenso dove i corpi diventano uno, generando quel senso mistico di autoaffermazione e di annullamento di se?... Come se tutta la frenesia del corpo e della sensualità si risolvesse nel contatto immediato con l'ultima verità. L'universo si riversava in loro, loro si dissolvevano nell'universo, la fusione dei corpi ricreava l'unità spezzata. Grande mistero in quel l'esplosione di alchimie contrapposte e perfette! Lui come padre che guida e protegge l'amata, lei nell'energia tenera e scontrosa d'una mamma gatta per lui. Un uomo e unadonna fusi nell'atto più alto della creazione d'amore,che avrebbe generato altro amore, altra vita, altra energia. Due forze che si attraevano,identità emotive diverse, affinità inconsce e sensuali che, in quei "nutrimenti terrestri" trovano la strada verso "piani superiori", sentono Dio, perché il sesso è un peccato solo quando il corpo non ne è più degno. Non è questo il senso del divino che anche inconsciamente si cerca?...O forse, più realisticamente è il sogno che si tiene stretto per non smarrirsi lungo la strada?... "O ricordo del cuore più forte della triste memoria della ragione" avrebbe detto il poeta. Una sferzata d'aria tolse bruscamente a Karina la visione di quei due corpi incollati. L'aria pareva fatta di onde. Un movimento vorticoso avvolse un uccello, lo risucchiò, poi l'uccello riemerse trionfante e volò via. "No, non avrebbe scrutato oltre nel suo interno, perché avrebbe sciupato l'armonia che le lievitava attorno" Si disse la donna. Scattò invece un'altra fotografia. Una pozzanghera la riportò a Kandinskij. Dentro quel rigagnolo d'acqua si erano formati i disegni più perfetti. Autonomi ma perfetti nel loro insieme. E tutti dicevano di una verità. Verità enunciata dalla pioggia di poco prima. E i suoi segni, apparentemente immobili, formavano linee, punti colorati che presto avrebbero preso altre forme, mostrando comunque la loro sostanza nella luce carpita dagli occhi della donna e prontamente catturata della macchina fotografica, rendendo ogni cosa alla sua verità sostanziale, trasformata rapidamente dall'occhio che le ha afferrate lasciando integra la loro essenza originaria. Karina si stupisce. Ride e si asciuga una lacrima. Lacrima alla quale se ne aggiungerà un'altra di fronte a un repentino mutamento d'atmosfera. Di scena. Un albero bruciato. Attaccate ai rami, corone di rosari, fiori e biglietti. Testimonianza "precisa" del rovescio della vita, la sua brevità, l'improvviso artiglio "nero" che, senza nessun preavviso ghermisce e fa sparire materia ed energia. La tragedia di quel rogo avvenuta il 9 marzo a Guastalla poco meno di un mese fa nel piccolo mercato della cittadina. L'assurdità della morte. Il dubbio circa la saggezza divina e del problema della giustificazione della sofferenza,dell'indifferenza divina e del caro prezzo dell'armonia universale. L'enigma del nostro vivere. La donna messa di fronte a dubbi che poco prima le avevano dato il senso del divino, mirando il volo d'un uccello,una nuvola dalla forma particolare, una pozzanghera con dentro dei disegni perfetti e colorati, due corpi strettamente avvinghiati. Niente si può possedere. Nè le persone, né gli animali, né gli oggetti, né le cose, né le case. Questo le fu chiaro istintivamente da sempre,con lucida saggezza che non rimanda a nessuna chimera nel l'oggi del l'adulto consapevole. "Tutto è illogico e contraddittorio. Noi solo elementi (casuali) di un mosaico, combinato più o meno bene". così si tradusse la donna senza che l'ombra d'un sorriso potesse sfiorarla, mentre lentamente si dirigeva al parcheggio dove la sua piccola macchina rossa l'aspettava. E se invece della logica ci i affidasse all'occhio interiore che coglie all'insaputa della retina?...Il ritorno alla sua natura originaria di cuore semplice con qualche sfaccettatura persino di ingenuità, riportò Karina a ridere suo malgrado. Forse il girovagare in cerca di senso, d'un qualcosa che lo dia, d'una luce per continuare a tenerla accesa stava tutta lì. Semplice come l'animaletto dei boschi della sua prima infanzia. Mirka "Fuga in Re min " ( BWV 565 J. S.Bach)
.."questa si che si chiama corrispondenza imperfetta, volta a una consonanza armonica di stato, imposta dalle "sue" regole, attraverso un principio fondamentale di libertà, un po meno di volontà, molto del caso." si consolò la insonne, sbadigliando come un gatto stranito per disturbo
Ho giocato con le lancette del mio orologio biologico scambiando la notte col giorno perduta ho l'ora del riposo incerta del sogno o della (s)veglia.
...tutti gli anni tornano, le viole, e par che dicano "Ecco la nostra stagione profumata e bella .Godila e non ti domandare, mai, perché il sogno dell'inverno chiuse loro gli occhi"
... tu che ti adombravi con un niente nel Tempo delle vele alte, ora che la barchetta stanca si accinge alla sua riva...fa o Dio che, almeno quelle perle cantino la memoria a fiaba, col lieto fine d'una viva fotografia raccolta fra gli occhi di una bianca mano.
"Ma perché dobbiamo essere uniti solo nel momento della morte?" si domandava Karina nella sosta forzata sulla soglia di casa e incollata a una fotografia appesa al muro di una parete aranciata. Il grosso borsone di cuoio era ai suoi piedi, la porta già socchiusa, pronta a spalancarsi e chiudersi alle sue spalle, il taxi col motore acceso davanti al suo cancello. C'era uno strano silenzio attorno. Anche il gallo non aveva cantato, quella mattina, e gli uccelli parevano tutti scappati per un comando imperioso che non vuole nessuna replica. Karina aveva sentito quel silenzio così innaturale, da difendersi, nel gesto istintivo di far scorrere la cerniera del giaccone, su fino al collo, facendolo sparire completamente lasciando fuori solo la testa. Avvertì con un brivido, lo stridore della cerniera in tutta la sua lunghezza sicché anche i suoi denti stridettero accompagnando lo scorrimento del gesto deciso. Il lampo degli occhi le aveva dato l'ok dell'ordine che le avrebbe permesso la tranquillità necessaria per godere della breve vacanza che si era concessa. Solo degli orologi non si fidava. Ne aveva una decina tra quello che portava al polso, i cellulari e gli altri seminati per la casa. Ma tutti erano in disaccordo fra di loro, così che, il suo timore era ampiamente giustificato.. La mano era già sulla porta, quando lo sguardo le sfuggi a quella fotografia. E... immediatamente fu là, sotto quei riflettori che ne avrebbero immortalato il "senso" d'essere stata sulla terra, nel canto che le usciva dalla pancia, le saliva alla bocca per diffondersi a tutte le cose, lasciando sempre, qua e là un qualche filo di seta, o di perla sganciata dal filo in raccolti di sorelle. Era stato "lui" a commissionare quella fotografia. Con la felicità che spruzzava da ogni poro della pelle, era andato a ritirarla, gliela aveva portata e con orgoglio l'aveva messa in bella mostra nella parte più luminosa del muro dove il sole batte anche quando la sera sta per venire. Poco prima un lunghissimo bacio ne aveva scanalato l'impronta sulle labbra lasciandole il segno per testimoniare il loro legame profondo. Karina fu travolta e coinvolta da quel l'intensità e ci corrispose spingendo in modo perfettamente naturale tutto il corpo contro quello di lui, sentendo ogni parte di lui. Solo il cuore era fuori dal suo controllo. Batteva all'unisono, si confondeva, procurando a lei un'allegria sfrenata quando cercava di distinguere quale fosse dei due a battere più forte. Un'allegria chiaccherina, come quella fontana alla quale aveva bevuto con tale ingordigia che quasi la soffocava con grande spavento di lui. Si stupì per la stranezza di quel bacio, lungo come un treno e cercò di sottrarsi, Era abituata alle alte velocità non alle tradotte e, qualcosa nella superficie dei peli sulla pelle la inquietò. Staccò la parte più bassa del corpo, il petto, fece pressione al collo, provò a scollarne le labbra. Niente. Queste restavano saldamente agganciate a quelle di lui. La presa dell'uomo era diventata acciaio. Lei ebbe paura e continuò ad arretrare a strattoni balbettando parole più vicino al rumore della sua pancia che a un significato da interpretare. Divenne cattiva:" Basta!" gli urlò con la voce tagliente e colorata di tutti i loro litigi. Litigi che, comunque, finivano sempre in baci, morsi, e risate. "Mi fai male", gracchiò come una porta arrugginita. Finalmente riuscì a distaccarsi completamente da lui. Le distolse gli occhi e guardò altrove, su un punto che non aveva mai scoperto sino a quel momento. Dentro sentiva crescere la furia di tutte quelle volte che lui faceva finta di non capire o di non prenderla sul serio. L'uomo scoppiò a ridere. Una risata fragorosa da farle desiderare di morderla sino in fondo da dove era nata. La prese velocemente per la vita avvicinandola ancora a se. Le scompigliò i capelli con la lievità d'una carezza immaginata, poi glieli strattonò con tanta forza da farla nuovamente urlare: "Ahi! Smettila! Mi fai male." Allora, lui, ridendo solo con gli occhi, la sollevò come una pagnotta di granoturco o come un cuore cavato da un corpo pulsante ma lasciato intero e integro. Fu il turno di Karina a ridere quando ravvoltolata dentro alle sue braccia, si dirigevano al letto di quella camera di pensione ch'era tutto il loro paradiso. Quella fu anche l'ultima volta. Karina fece per correre alla finestra per un nuovo saluto ma qualcosa la arrestò Nell'alto della coscia nella tasca dei jeans un piccolo ingombro la portò a frugare, in cerca dell'oggetto misterioso che si era trovata a gonfiare la tasca. Il cuore cominciò a grandinare così forte da spezzarle il respiro. Smaniò per la difficoltà a trovare la strada e per fare prima, strappò l'orlo della piccola tasca. Eccolo dentro al suo pugno. Lo prese e come un officiante fa con l'ostia benedetta, lo depositò al centro delle due mani che per l'occasione avevano preso la forma di conchiglia . Un sacchettino di velluto blu legato da un cordoncino d'argento splendeva come di luce propria. Con la lentezza che usava per le sue meditazioni, quando ne aveva voglia, lo sciolse e con tutta la faccia guardò. Dentro c'era un filo di perle chiuse da un grosso cerchio d'oro. Ma il destino aveva voluto altro perché lui non rispose mai più nè ai suoi gemiti, né alle sue canzoni più belle. Un colpo di clacson fece sobbalzare Karina dalla spugna del tempo. Si scosse. No. Non aveva dimenticato nulla. Neppure le violette lasciate come AUGURIO DI BUONA PASQUA a tutti gli amici del suo blog. Mirka "Farruca" ( Joaquin Turina)
...aliena da ogni compromesso ma non del loro piacere
Le mille e una della donna si domandava perché guardando il scendere lento della pioggia, si sentisse pulsare così forte il cuore, in gocce grosse e camaleontiche che scandivano il ritmo nelle vene. L'improvviso d'una esplosione di colori alla tenda la scosse dal l'incartamento quasi ipnotico. Si disse:" Non sarò soddisfatta se non sentirò anche l'ultima goccia battere perfetta come la prima. E grande fu persino il mondo.
...e la foglia disse "Io so soltanto che vana non fu la mia presenza"
Oh come vorrei morir cantando primavere scordando la decade degli anni si disse la ragazza dal cuore mandarino
Una foglia secca volteggiò tutto il giorno senza che la portasse il vento. Stupita ne inseguono i giri pensando a come strana sia anche la natura, ogni forma di bellezza.
L'occhio infine si spostò in direzione prato. Margherite come orecchiette vispe di bambino che da poco ha visto il mondo, cantavano la familiarità dei ritorni antichi.
Nell'aria il profumo di viole, felici di portar novella che si perde mentre si compie distillando ambrosia,
l'allodola intanto rugiadava il canto nella valle senza che alcuno le portasse il disonore per non averlo più sentito a mezzodì,
una scarpa buttata oltre il pudore per assaggiare la speranza di quel prato vestito a gloria per essersi congiunto ai fili della terra,
l'acceso lume del naso a premio e a pegno per rinverdire la memoria che le stagioni tornano ma cambi tu senza che mesto ti si debba fare il volto (ah! la bugia pietosa ai medici è concessa...)
Una cena francescana per ricordarmi il gusto della semplicità dei veri ricchi spartita col cuore di rubino.
Il pianoforte pronto a benedire chi lo praticò per far vivere ogni istante della vita anche quando Giovinezza si scolora e spaventa per non sapere chi del Paradiso le parlò con anima serena e bel candore quando ancora era quaggiù.
Mirka.
"Der jungling am bach" (F.Schubert)
NOTE Traduzione del testo del lieder (Schiller) "Alla fonte era il fanciullo,/intrecciava una ghirlanda,/se la vide sfuggir via,/elle onde era in balia./Così il tempo mio insonne come fonte scorre via! / Giovinezza trascolora /qual ghirlanda che sfiorisce! /Non chiedete perch'io gema /nei bei fior degli anni miei! /Tutto è gioia ed è speranza /quando primavera avanza. /Ma il brusio di mille voci /di natura che rinasce /smuove qui in fondo al petto/ a me solo gravi ambasce. // Che mi giova quella gioia che mi reca primavera? /Una sola io vo cercando /ch'è qui appresso e assai lontana. /Con ardor le braccia tendo /all'immagine beata, /ma afferrarla ahimè non posso,/ed il cuor mio non s'acquieta! / Scendi giù,mia bella amata,/lascia il fiero tuo maniero! /Fiori della primavera /sul tuo grembo spargerò. /Su dal bosco eccheggian canti,/e la fonte scorre chiara! /Spazio c'è nella capanna /per felicità d'amante"