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lunedì 19 dicembre 2011

I "SEGNI" DI CHI CI HA VOLUTO BENE ALL'IMPROVVISO


"La medicina è la scienza degli impulsi amorosi del corpo, e chi in queste cose distingue correttamente l'amore bello dall'amore malvagio,(...) ed è in grado di operare il loro scambio che il corpo si appropri dell'un amore invece che del l'altro. e nei corpi che non hanno in se alcun amore sa farlo nascere" Platone)



Controvoglia e con un certo sforzo avevo finito di addobbare l'albero di Natale. Niente del fasto di un certo tempo, ciò nonostante la fatica si era fatta ugualmente sentire. Dovevo uscire, ma anche questo mi procurava sforzo, forse perché mancava la spinta del desiderio vero. Non riuscivo a scaldarsi malgrado la temperatura alta che c'era  nella casa. Fuori era limpido con dei campanelli luccicanti di gelo sparsi sui rami spogli che mi rimandavano la luce accentuandosi ancor di più il freddo che avevo dentro. Ruscelletti di brividi  mi percorrevano le braccia e il petto. Automaticamente mi sono diretta al grande armadio di noce. L'ho aperto e ho cominciato a frugare senza ricordare il motivo che l'aveva portato a cercare. Forse un maglioncino, forse dei guanti,  Senza prestare troppa attenzione, anzi con gesto distratto e meccanico ma con un pizzico di curiosità ho aperto uno scatolone rosa. Non mi ricordavo neppure della sua esistenza sicché la curiosità era giustificata .Almeno quella si che aveva senso. Un profumo che non seppi definire mi prese la gola mentre le mie mani tiravano fuori  una sciarpa di cachemire dal colore della fragola matura, regalo che io avevo fatto a "lei" un anno prima che se n'è andasse via per sempre. Sospesa tra un vuoto e un pieno come d'ebbrezza che adagio mi entrava nel sangue formando una sostanza di coscienza e mistero, me la sono portata al volto e lì ci è restata  per un poco. Un morso di freddo e tanti serpentelli dai capelli ai piedi trasformavano il mio corpo in rugiada calda di sudore. Ne sentivo persino l'odore, tra il dolce e l'amaro. Ho ripreso in mano la sciarpa, ne ho fatto una treccia, e me la sono messa al collo. E fu come se nulla fosse cambiato. Le due poltrone gialle separate dal divano anche lui giallo, l'abajour  glicine sul tavolino bois-de rose all'angolo del salotto a forma di L, la gabbia dei canarini, la tenda che svolazzava per la finestra aperta, un violoncello che suonava Chopin coi suoni che creavano una sorta di sensuale misticismo che si assorbiva accordandosi coi battiti dei cuori come linguaggio muto di una preghiera d'amore. Mi pareva d'averla davanti, di sentirne tutto il suo odore, il caldo delle nostre mani intrecciate. Poi... la telefonata che aspettavo senza nessun filo di speranza. Mi sono sempre fidata del mio istinto più che dei ragionamenti e ancora una volta avevo ragione. Chissà, dipenderà dalla mia struttura di brevilinea in cui non esiste pensiero se non riscaldato dal bruciore del sentimento e non esiste impulso che non passi da qualche valvola regolatrice del cervello. Come un gioco involontario che spontaneamente si passa gli scambi. La sciarpa, comunque, l'ho tenuta addosso fuori e dentro casa.  Oh se i segni ci sono! Nel mistero che avvolge tutta  la nostra vita, nella testimonianza di un dolore nascosto in qualche piega nostra, che all'improvviso ci rivela che l'assenza è solo un'illusione fiutata da un dolore che ne anticipa la presenza, rimosso affinché il cuore continui a battere ancora di tempo "suo", ma che misteriosamente passa alla gioia, e senza il concorso della nostra volontà attraverso inesplicabili vie.


Mirka



"The Lord's Prayer"