" Exoriare aliquis nostris ex ossibus ultor" -Sorga qualcuno dalle nostre ossa come vendicatore (Virgilio)
Era stata lunga la notte per Karina. Quasi che il tempo avesse deciso di giocare con lei a nascondino facendo sue le ore del riposo rubate a Lethe. Aveva scritto alla luce di una lampadina piccola fissata alla cappa del fornello, proprio come faceva quando stava in collegio. Anche allora il sonno tardava a venire, sebbene i motivi fossero diversi da quelli che stava vivendo nel momento presente. Aspettava trepidante che la "maestra" responsabile della camerata si fosse ritirata nel suo baldacchino fatto di tende bianche e trasparenti, e che diventasse da ombra ondeggiante a manichino steso, per tirare fuori il quaderno da sotto il cuscino e, scrivere vorace ma con le orecchie puntate a ogni più piccolo rumore. Il silenzio era fatto di tanti respiri che lei non sapeva distinguere se in essi ci navigasse la vita tranquilla o dei turbolenti singhiozzi che legassero tutti quei respiri. Karina si perse a inseguire le circonvolute di quel ritmo strano e irregolare, ma così guizzante nella memoria da permetterle di di viverli proprio come fosse in quel tempo là. Con un colpo secco ma ben azzeccato come si può dare a una mosca che volteggia tra la testa e gli occhi, diede addio alla bimba un poco lady alla corte dei miracoli, un poco Janny dei pirati, per ritornare alla notte passata. Il silenzio era fatto solo dello sfrigolio discontinuo della sua penna sul foglio del quaderno, trattenuto a fatica sul tavolo della cucina. Ogni tanto uno scroscio di pioggia diceva alla sua penna che non era sola a raccontare i pensieri, le storie. Da lontano il tuono minaccioso brontolava che anche lui presto sarebbe arrivato a scompigliare tutto quel l'idillio portando paura ma col finale di una fragorosa risata. Perché tutto sommato la paura sta tutta nell'immaginario e nulla più. Un sospiro nella realtà, ecco. Come per tutto. Il sonno sarebbe arrivato nella notte appresso, con la sua benefica perdita di coscienza, l'altalena si sarebbe fermata, ferma come uno stoccafisso dopo le emozioni del volo alto, del volo basso, perché anche gli estremi si stancano per ogni tensione provata e procuratasi, pur permanendo nella tensione il principio del piacere. Quello del "sentire" più che di conoscere i meccanismi che creano il piacere.
C'erano state tante cose da elaborare del giorno passato e, per capire, Karina le doveva fissare su un pezzo di carta. Le aveva fatto impressione una testa raccolta fra delle braccia arrotolate come un utero oblungo sul tavolo . Aveva conosciuto quella testa quando ancora era audace, forte, ma piuttosto cocciuta, scorbutica, rude sino alla durezza, ma coraggiosa e dritta nell'orgoglio per aver condotto una vita semplice ma onesta. Perché lui fu sempre parco nel suo vivere e alieno da ogni eccesso quanto generoso e altruista verso chi aveva bisogno. A Karina faceva un gran male vedere quella testa in quella posizione abbandonata da sembrare rassegnazione au bout della vita nel presagio imminente del suo compimento. Karina ne aveva l'immagine scansionata negli occhi, e stava male. Ne aveva preso su di se la sua sofferenza, il rifiuto a non leggere più i giornali, a ignorare la politica, a bandire dalla sua testa ogni accenno di musica o di pensiero. Lui che era stato così attento a tutto ciò che accadeva nella vita reale, ora non ne voleva sapere più, voleva essere libero di NON pensare. Libero di mettere la testa sul tavolo, libero di urlare, libero d'essere un selvaggio fra i "civili". Ecco quell'uomo che lei aveva tanto stimato per tutto il caldo che trasmetteva al suo passaggio, ora non scaldava più. Era diventato freddo, freddo come di marmo su cui non passa mai il sole e lei ne aveva provato una compassione infinita, ma anche paura. Una paura come di "vita cosciente" che distrattamente se ne va lasciando in cambio meno dolore a chi gli sopravvive..
La fotografia lasciata sul cellulare con relativa informazione di prossima "fine di carriera" di un'altra persona, valorosa per la sua professionalità, e a lei cara per lunga amicizia senza scalfitture, le strisciò a saetta dal basso dei piedi sino a su dove si congiunge il cuore alla memoria. Riguarda con dolcezza la foto. L'amico porta un berretto con visiera. Lui che non ha mai amato i berretti in vita sua, ora l'ha in testa. Gli sta bene però. Karina lo associa al valore che ha sempre un eroe quando vince la sua battaglia stando sul campo. "Des malheurs de shaque ètre est un douleur palpable,meme un repoussement a mouri" si sentenziò da sé la donna con un poco di malinconia.
La fede semplice ma profonda di una donna dell'Est che si accingeva a preparare un cesto pasquale da portare al Pope, l'aveva scossa sino alle lacrime, ma si era limitata a guardare senza dire una parola.
Anche uno spettacolo rinviato ha turbato l'animo sensibile della ragazza. Per un poco ha fatto anche delle ipotesi sul perché, poi è passata oltre scegliendo la scrittura rubata al sonno
Karina ha visto il primo sole entrare dentro la tazzina o cafè. Si stiracchia. Si alza, scosta la sedia e s'avvicina alla tendina che dà sulla veranda. Schiaccia il naso sul vetro. Lo sente tiepido come l'umido che le scende sulle labbra e che lei lecca come fa sempre quando qualcosa di familiare le gira attorno come cosa buona.
Una voglia d'assaggiare il prato la prende come un antico male al quale ha fatto l'abitudine, come la dermatite sul braccio sinistro che ha contratto qualche anno fa, forse proprio a causa di un insetto. Mette fuori la faccia stropicciata. L'aria ondeggia invitante e misteriosa. . Karina ora può godere di una felicità ritrovata. Persino i pensieri sono volati via. Spariti nella regione del nulla che porta a godere solo dello stato che si ha. Non pensa perché come mai il suo viso è rigato dalle lacrime, e neppure vuole saperne le ragioni che l'hanno fatta piangere, come non vuole sapere il perché della tristezza che ha provato nel giorno di ieri, nella notte che l'ha seguito e trascorsa a scrivere in cucina. Sente l'erba sotto i piedi. E' fredda in alcuni punti, quasi umidiccia, ma in altri è calda. Si siede dove il caldo promette la continuità. "Beata allora che il piede spinto, al varco leteo, più grata riede" canticchia inventandosi la melodia e una vita perfetta. Accarezza le foglie che le si fanno incontro, odora le rose trovate in un cespuglio, calpesta delle margherite, gratta con l'unghia la corteccia di un albero verde di linfa, si lascia delicatamente percuotere dal vento che le scompiglia i capelli e si sdraia. Per farlo fa presa prima con la punta dei piedi alzandoli come la ballerina in quello spettacolo che non ha mai dimenticato, poi allarga le dita come una papera. . E' a terra ora. Incrocia le gambe. Ha raccolto un fiore giallo cresciuto spontaneamente nel prato e lo tiene in bocca. Pensa "Ne debbo raccogliere un bel mazzo, così ne farò un'infusione e farò tanta pipì". Si distrae per aver visto un'ape intenzionata di brutto a venirle addosso. Corruga la fronte e subito la spiana. L'ape è andata altrove. Il caldo ora l'avvolge come il vello d'una pecora.. Un dettaglio si presenta vivo nella memoria del cuore, lasciato su un pezzo di carta, scritto d'impulso e trovato in un portafoglio smesso da almeno tre anni, trovato sempre nella giornata di ieri e intenzionata a ripescato per le sue piccole dimensioni
Per me era naturale
farti da foglia di fico là
dove si rigenera la vita
eppure TU la inchiodavi
quella mano
quasi a volermi ricordare
che la croce arriva
al centro del più bello
e lì ti aspetta
con le sue braccia aperte
nell'invito a soffrire per crescere
per perdonare quando tutto svanisce
e non importa più
Ride Karina pensando a quel l'eroe cui l'io ci ha sempre aderito per vocazione profonda d'anima, poi subito si rannuvola come quel sole che ora è stato oscurato da una nuvola.. Sente freddo e rapida si alza mentre il sorriso le tiene ancora compagnia. Nel ripercorrere la varietà dei fatti del giorno, aveva trovato anche quel filo di noia che sicuramente l'avrebbe guidata a Lethe con un sonno benefico quanto rigeneratore.....
Mirka
"Come spiegarti" (-Milva)
