ma quando vien lo sgelo le rane cominciano a cantare
"Ci vorrebbe un diluvio di bontà" risuonava all'orecchio di Karina, una voce roca e vivace, spenta "solo fisicamente" ma viva nel suo subconscio, sorgendo come inusitata presenza proprio mentre la donna si arrovellava tra l'intrigo dei suoi pensieri per trovare la soluzione a certi perché. E...eccolo davanti a lei, piccola nel l'allora, avida d'apprendimento e ancora ignorante di tutto. Però quella frase lapidaria l'aveva folgorata come una "verità" assoluta. Ma il senso profondo lo comprese dopo molto tempo. Nel presente un martello pneumatico che incessantemente lavorava lavorava.
Autodidatta, di una cultura immensa, onesto sino ai buchi nelle scarpe, artigiano geniale e di stampo socialista. Questo era quell'uomo che, se conobbe la miseria, mai la scortò di mestizia o di noia. Il suo nome era Giovanni ma tutti lo chiamavano per cognome, Settimio. Anche mia madre lo chiamava per cognome e a ruota pure io. "Signor Settimio?...Mi dica signor Settimio. Buon giorno signor Settimio. Signor Settimio come sta? Signor Settimio cosa ne dice?... Tagliava il salame a fette sottilissime perché diceva che era meglio intuire il "piacere di desiderarlo" che averne a sazietà. Mangiarne troppo c'è sempre il pericolo di una intossicazione e allora si che sono guai con il rischio "anche" di voler dimenticare per sempre il "pregiato" salame. Giovanni creava delle biciclette bellissime e uniche che vendeva a prezzi stracciati, regalandole come se fosse lui a dover ringraziare e non chi le aveva avute in dono. Si spostava con la bicicletta fatta da lui, portando sul seggiolino il suo ultimo figlio (ne aveva avuti cinque e questo era l'ultimo avuto per grazia dei suoi focosi spermatozoo funzionanti alla grande anche in tarda età. Credo fosse sui sessant'anni, più o meno) e pedalava senza conoscere nessuna distanza, felice e, a volte accompagnando la pedalata persino col canto. Spesso si fermavano. lui e il bambino, nei prati senza traccia di sentieri, gioiendo del sole, dei fiori selvaggi, dei radicchio che raccoglieva e portava a casa come un trofeo, come per i pesci quando riusciva a pescarlo nel fiume. Diceva "Oh questi si che purificano il sangue e non fanno ingrassare" mentre li odorava e li guardava come un regno meraviglioso di cui "lui" ne era il re. Ogni tanto reprimeva la preoccupazione di offrire un' istruzione meglio della sua, a quel suo ultimo figlio,a quel l'inaspettato occhio della terra e, intanto pensava vagamente di poter guadagnare qualcosa con le "invenzioni" che metteva a punto con le biciclette che faceva. Ma le enormi somme non vennero mai. Lui trovava sempre un modo di rimandare l'invio dei suoi Brevetti perché gli pareva sempre di doverli perfezionare. D'inverno si soffregava le mani energicamente per scaldarlo lasciando alto, tracce del suo fiato che Karina inseguiva distraendosi dal buco nello stomaco e sognando dentro le circonvolute di quel fiato che sapeva di aglio, di pane inzuppato nel latte, di brina. Non conosceva cosa significasse la parola stanchezza, quell'uomo, anche se si alzava alle cinque per aprire la bottega e andava a dormire all'una dopo la mezzanotte per aspettare l'ultimo cliente che gli aveva lasciato in consegna la bicicletta fatta da lui, e che tutti chiamavano signor Settimio. La sua schiena era sempre dritta sui polpacci forti per le camminate, le ciclettate e un centinaio o due di flessioni al giorno. Spesso si spazientiva contro il "mondo intero" oppure perché non aveva fatto giornata coi soliti avventori che avevano dimenticato a casa i soldi per l'affitto della bici...E allora lo si sentiva imprecare "Mo boia d'un mond leder, ma porca la miseria, porca puttana Eva ecc ecc." Bastava comunque poco per farlo tornare del suo umore, allegro e buono. Il parlare d'astronomia,della specie umana venuta dalla scimmia, di Copernico e di Galileo e qualche volta anche di Dante. Non era credente, ciononostante mai considerò con ironia le credenze di altri uomini che costituivano conforto e forse anche un tormento in più con cui fare i conti, un motivo buono per innalzarlo agli occhi di Karina che pensava di non aver mai conosciuto homo più vicino a Dio di lui.
Abitava in un alto casermone rettangolare, col pozzo nel giardino comune, la bottega di meccanico affacciata su quel pozzo da dove a sera, con le mani sui fianchi, si metteva sulla porta per ammirare il bel faccione della luna coi grilli che scalpitavano per essere i primi ad uscire facendo zittire i merli e i gatti per qualche frittata che leccava l'aria. Ed era allora che i suoi occhi cambiavano colore diventando bianchi come le stelle, da azzurri che erano. Karina lo vede coi suoi doppi occhiali, chino a leggere i giornali di scienza o gli articoli di politica, a sottolinearne i passaggi più interessanti, e il fiato coi ghirigori, il suo orgoglio tramutato in lacrime, la sua curiosità di bambino, la luce del sole quando poteva filtrare, e lui felice felice di poter immaginare tanto e un poco anche capire, mentre alzando la testa e guardando lontano diceva "Ecco nello spazio dove vivono milioni di astri e di stelle e di pianeti, nel tempo così infinito che io non potrò mai confinare a tempo neppure da intuire,nella materia infinita anche quando si sfalda sino a diventare alimento per i vermi,ecco formarsi una bolla di sapone, un organismo fatto di quella bolla di sapone, durerà giusto qualche istante poi scoppierà. Ecco ciò che siamo. Che sono". Poi chiudeva gli occhi perso in un suo sogno lontano, ma fortemente precluso all'allora ragazzina che era a Karina.
Amava Turati e Camillo Prampolini i "miei difensori" diceva, anche se in cuor suo, ho sempre pensato fosse più anarchico che socialista, ma solo dentro al cuore, fuori era l'emiliano che sa adeguarsi ai tempi difficili per sopravvivere restando rivoluzionario dentro. Un socialismo spontaneo generoso e ingenuo,il suo. Un poco alla Bakunin, insomma, quando cercava di superare le contraddizioni implicite all'anarchismo col "volere"in modo assoluto un determinato tipo di rivoluzione e di società finale e di "non volere", in modo altrettanto assoluto,qualsiasi forma di direzione politica del movimento rivoluzionario per volgerlo a quello scopo; dove la figura del rivoluzionario sia rappresentata dalla passione e dalla generosità, capace di elevarsi al di sopra di ogni vanità personale e familiare, refrattario all'ambizione e all'egoismo, nemico degli oppressori e degli sfruttatori del popolo, in missione permanente al servizio della rivoluzione, mettendo "corpo e anima, pensiero e volontà,passione e azione, con tutta la sua capacità,la sua energia,"la sua fortuna" a servizio dei "fratelli", assicurando agli altri aiuto, sostegno e difesa fino all'estinzione del possibile. Cosa che faceva sorridere la sua compagna e sposa, di cultura decisamente marxista, mentre Karina restava allocchita e con gli occhi sgranati come una deficiente che beve tutto senza capire nulla.
Karina si ferma incurante del piede infossato nella terra ancora umida dalla pioggia di ieri rievocando scena e parole. E si domanda come mai un sogno così bello come quello di quell'uomo non abbia potuto trovare la strada per allargarsi e diventare prassi di vita. Sovrappensiero si avvicina a una rosa. Troppo alta perché lei si possa incendiarsi del suo profumo. Per forza, si è dimenticata di potarla nel tempo giusto. Allunga comunque il collo e lo tira come fosse l'elastico che non è, e invece della rosa si becca un graffio da una spina. Quasi impreca anche lei come faceva quell'uomo. Si succhia il sangue. Ha uno strano sapore dolciastro e che le ricorda il sapore di etere che le restò in bocca una settimana quando fece l'appendicite. E pensare che sono passati tanti anni! Le ha lasciato delle tracce sul dorso della mano "Acqua brunita" si dice,"Ma che sarà mai se si mescola a qualche lacrima che non è riuscita a trattenere? Anche questo, a breve sarà solo un ricordo di un pic un poco doloroso e nulla più" Si avvia verso la porta di casa lasciata aperta e che ora sbatte. Con due falciate è lì. La chiude e ancora ricorda. Una canzone incisa su un dischetto di plastica trovato insieme a una rivista che "lui" voleva sempre ascoltare, cantare, incitandola a fare altrettanto. . Improvvisamente la donna si ricordò dei panni stesi e corse a ritirarli. Negli occhi l'immagine di quel "piccolo signore" forse un poco troppo originale, che imprecava a volte contro il mondo intero, i suoi capelli tirati all'indietro, la voce un po roca ma sempre allegra, seria solo quando affermava "Ci vorrebbe un diluvio di bontà". E Karina che non piangeva mai quando era sottoposta a dure prove, di fronte all'immagine lontana e mai sbiadita di quell'uomo, le versò come per bellezza da trattenere al cuore, mentre sentiva totalmente la verità assoluta racchiusa dentro la frase di quell'uomo che tutti chiamavano con rispetto, Signor Settimio. sussurrandosi piano e senza nessuna impressione di fargli il verso le stesse sue parole, serie, velate solo da un poco di malinconia. "Ci vorrebbe un diluvio di bontà". E questa era la sua realtà che anche Karina avrebbe voluto. Importante, oggi, più di una qualsiasi invenzione
Mirka
"Mattinata"" ( R.Leoncavallo)
Nota- Ovviamente il cognome Settimio è un cognome farlocco per l'ovvia questione di privacy
