Come una scatola magica lasciata in soffitta irrompono i bei ricordi come un festoso e colorato gioco di birilli. Sono loro a dare allegria al giorno quando diventa avaro di colori. E come fossi tornata bambina mi piace riprenderli, giocare, emozionarmi, ridere o mordermi il labbro inferiore come facevo e faccio ancora per qualche gioco lasciato in sospeso che conduce a un poi, retrospettivo, lasciato forse per inadeguatezza,timidezza o per uno stupore di meraviglia che fa lenti i movimenti, ingabbia la mente, la rinchiude ai confini dell'immaginario possibile quando invece... Anche oggi mi domando se fu anche lì un giocare (perfido) del Destino, una questione di tempi non coincidenti, un eccesso di scrupoli, la mia pigrizia, un birillo messo nel gruppo col lancio distratto della palla o la non conoscenza delle regole del gioco, quelle regole, non conosciute ma che si deve sperimentare in proprio,se non mi permise di cogliere quel "preciso" momento, per curarlo, studiarlo, renderlo lezione e scuola sul flusso naturale del mio percorso. La mia vestina blu di seta fiorita a margherite e viole con qualche papavero dal lungo gambo verde, lo spartito ben stretto al petto, il corridoio interminabile dell'Auditorium impolverato dal sole di giugno, affiancata a una persona col maglioncino di seta rosso, i capelli a modo di ragnatela brillante di rugiada, una gamba alla quale facevo fatica ad adattarsi per la lunga falciata, il gioco di ombre e luci che si alternavano sul suo volto e che io cercavo d'interpretare rabbuiandomi come un temporale o illuminandosi come una torcia da mille watt, il mio ininterrotto farfugliare. (cinguetto sempre quando sono imbarazzata ma felice). Così ricordo il mio primo incontro col Maestro Leonard Bernstein per la prova al pianoforte di "Das Lied von der Erde di Gustav Mahler. Dopo, nella sala di prova, fu solamente qualche timido suono emesso da una gola chiusa ma che Lui "intuì" preciso, rotondo e intenso, molte pause di ascolto da parte mia, l'idea di cosa fosse la perfezione e il suo tono imperioso pur nella gentilezza misurata che mi ingiungeva di mirare sempre alle grandi altezze, le risate. Le risate improvvise di entrambi, complici di magnifici sottintesi ma preziose per nutrire il mio pensiero ancora acerbo dandogli il via per una forma, sostanza nelle infinite sfumature. Quando per testare il mio terreno musicale e la conoscenza di Mahler mi chiese con indifferenza, cosa pensassi del compositore, gli risposi nel modo più disordinato e lontano anni luce dal linguaggio tecnico della musicista quello che so che mi fa piangere sento antiche risonanze dentro la sua musica percepisce lo spirito universale la terra coi suoi prodigi e le sue terribili rivolte l'idea del cielo la redenzione la pace . Lui si limitò a sorridere. Un sorriso enigmatico che, se allora non riuscii ad interpretarlo, non scomparve mai dalla mia mente e che a mia insaputa lavorò, procurandomi sconcerto e l'aggiunta di altra confusione. Lasciata la stanza della prova, ricordo il tremore che mi aveva preso le gambe. Mi dondolavano come fossi ubriaca ma, come tutti gli ubriachi felice senza conoscere la ragione e con una gran voglia di ripetere la sbronza. Cosa che feci nella realtà di ogni incontro, bevendo, assorbendo e senza mai saziarsi. Preparata, ricca di pathos e sicura, mi apprestavo a mettere in pratica tutto ciò che avevo imparato, imitato e fatto mio, se non si fosse messo in mezzo lo zampino di qualche forte diavolo. Una brutta e recidiva tonsillite mi obbligò all'asportazione delle tonsille con relativa sospensione della Performance. Al dispiacere mio e a quello del Maestro per tale increscioso incidente, fece seguito, per un poco di tempo, un carteggio fra me e Bernstein, con la promessa di rifarci presto e con una sicurezza nuova. Purtroppo anche Lui si ammalò e io non ebbi la forza o il coraggio di mettere in opera la mia risaputa testardaggine. E qui non fui un'abile giocatrice. Ma ero così giovane! Troppo giovane in tutto per osare il gioco, anche a distanza, coi veramente grandi. Eppure se fossi stata, anche quella volta, la monella di strada di certe mie azioni audaci, quelle che rivoltano il mondo e lo ricreano, sarebbe stato Intelligente insistere anche col rischio d'essere mandata al l'inferno. A volte penso e rifletto su quella forza oscura e così potente che fu capace di frapporsi fra l'essenza che vive e pulsa dentro il midollo del l'istinto e la mente bloccandolo nella sua "chiamata" che spinge a insistere. E rabbrividisce pensando alle tante deviazioni imposte al Destino da noi, in quel l'orizzonte intravisto con indicibile meraviglia, "senza confini", ma recintato dai pensieri con l'ambiguità degli scrupoli, (nello specifico caso il non volere accettare le mie imperfezioni per presentare il massimo del meglio di me) ci lusinga, filtra, le stupide e forse anche le vigliacche paure immaginate. Ma è andata così. Inutile rimpiangere ciò che si poteva e si doveva. Inutile come respirare aria piena di fumo credendola marina e all'alba. Forse nella prossima vita... chissà.
Una cosa preziosa comunque imparai dal Maestro. Una lezione della quale feci tesoro per ogni mio futuro approccio musicale. Come si entra nello spirito di un compositore e in assonanza con la sua essenza restando nuovi e fuori da ogni invecchiamento, con la profondità dei sentimenti, ricreando lo stesso sentimento che ispirò il compositore nello splendore che lo rese immortale. E almeno in questo, credo, d'essere stata l'allieva che allora mancò a un appuntamento che per certi versi era predestinato a seguire le stesse orme di luce.
Mirka
Der Abschied (Das Lied von der Herde- Gustav Mahler)
