Spalancato come un'affiatata bocca assetata, mi apparve in sogno questo bianco fiore. Nel l' Accesso alla visione, la necessità di raccogliere l' Essenziale d'acqua e di sole, per dargli una segreta gioia moltiplicata da qualche pistillo caduto in qualche crepaccio della terra. E agli occhi tutto un giardino ricco di ogni diversificato colorato, il giorno in corso illuminato a teca di fari, come alchimia prodigiosa scaturita da linfa e humus quando inarrestabile e naturale si unisce al suo originale di albero o di steli o di un sentito formandone un pensiero in cerca di gemello pure sostanzialmente diverso. E poco importa se in ramo, scortecciato, foglia, petalo, o semplicemente un indistinto Tutto riformato alla vista di occhi diventati memoria di primo stupore. Mirka Concerto per clarinetto A Mag K 622 Mozart
E si perdevano l'uno nel l'altro in un abbraccio infinito. In totale abbandono, rinascendo fusi da un flusso di un unica ondata. Terribile nella sua altezza vorticosamente travolgente, e brevemente stroncato come un respiro risucchiato da un moto di paura. Ma da quella intensità, reciprocamente diventata univoco stravolgimento, più non si sentiva lo scandire del pendolo, ma il battere del cuore a tamburello del dio che comanda le profondità marine. E la donna ricordando la fisicità in formato aria o in esplosi carnivori bacilli producenti energie, in cuor suo ringraziava l'artefice di quel vertice piramidale, perché in quella densità, piena, rotonda, infettata e innocente, viveva l'immortale esistenza universale senza memoria di ferite, se non per lontano fischio di fastidio subito scacciato, nel mentre l'abbraccio si faceva più forte come a distanziare ogni estraneo intervento che assomigliasse al l'ombra di un inequivocabile dolore. E il tempo era a loro sconosciuto se non come forza centripeta ed esplosiva. Un Essere informe e perfetto come di prima creazione. E il mondo era grande perché loro erano grandi agli occhi di entrambi. Grandi per quel bene vissuto a Destinata conoscenza da tramandare a visibile luce saettante e misteriosa per quel suo continuo vibrare a chiunque li incontrasse, portante al Congiunto di creato unito alla medesima energia che li aveva impastati. Dalla persiana accostata, filtrò una stillata obliqua di luce che si fissò a un punto della parete. Fu la donna ad accorgersi dello strano formato a baionetta. Un brivido prese il posto della voce sostituendola alla parola restata sul bordo alto del pelo. Strinse invece più forte il già abbracciato ricavandone un surplus di forze, forse sottratta al l'arciere di qualche divinità scaturita dal mito. L' uomo ebbe un lieve sussulto. Cercò di dargli voce ma tacque. A riflesso strinse invece più forte la donna, senza immaginare che la stretta scaturita da quel sussulto, fosse il presentimento per un nemico da fronteggiare smascherando la benevola intromissione, sul l'alzata di uno scudo eretto a protezione di entrambi. Senza sapere che l'anima avverte prima ancora di passarlo al corpo mortale.
Mirka ( frammento dai Racconti Il Destino Nel Nome)
"O buon Apollo, a l'ultimo lavoro, fammi del tuo valor si fatto vaso, come dimandi a dar l'amato alloro" (Dante Paradiso 1 Cantica III )
Karina è alla finestra. Ha scostato la tenda, la chiude, la scosta ancora, prova dei diversi posizionamenti, ci prende gusto, un sorriso le sfugge. Lascia cadere il tendaggio, ne passa la mano con la carezza di un piumaggio proprio come si fa con il setoso di un corpo amato, arresta la mano a mezzo fra naso e fronte senza memoria di partenze. Un gesto automatico che ha fatto tante altre volte, imbronciata da prima, quasi ridente alla fine del gioco "apparentemente" insignificante se non addirittura stupido. Eppure anche questa volta le è servito. E servito a ritrovare uno strano motivo di soddisfazione, senza desiderio o volontà incamminata per quella strada. Comincia sempre così la ricerca di un suo piacere anche se indistinto, confuso, a volte persino imbronciato, e senza dargli un nome se non nel percettivo sentore di un mezzo per condurla a un qualcosa che le darà, altro da sé nel contingente, portandosi al l'utile del cercato senza senso apparente. È una pratica di costante esercizio senza urgenza, in modo tranquillo, semplice, e naturale. Così. Come girare tra i pensieri senza porsi domande trovando un dettaglio su cui fermarsi con meraviglia di stupore. Lei sa che qualcosa di piacevole e di felicissimo e così somigliante alla Gioia troverà Ovunque un sempreverde atteso oltre il "pensato", oltre l'intrigo del biancospino pungente come il profumo che lascia a scie di cammini. Un qualcosa di familiare, antico, goduto come di prima volta anche se non ricorda cosa o chi le procurò il goduto. La strada ad esempio. N'era sempre stata un mezzo per farne esperienza di insospettabili piaceri. Chissà. Forse dipese dal l'allattamento della balia anziché dalla pronta offerta mammella della madre, ché nel l'allora non esisteva il comodo latte artificiale anche se costoso. Da li, forse, un soddisfatto nutrimento a cui attingere, senza un preciso ricordo per avvalorare un sentito tale da affermarsi a verità di primario cercato ma indistinto. Così pensava karina accostata alla grande vetrata della casa, giocando con il tendaggio, osservando il passaggio nella strada, sorridendo per qualche volto conosciuto, sul l'improvviso di una luce fermata a chiodo ballerino su un berretto da ferroviaria ricordandosi il grande Nonno anarchico aforistico e pittore, e altri passanti solo interessanti da studiare le diversificate umanitarie pur così simili l'uno con l'altro, immaginando l'avvicinarsi al reale, o comunque ricavandone il Piacere attraverso quella pratica così necessaria quanto utilizzata a studiato di umanità e un poco anche di difesa, e sul lampo di quegli spilloni con cui la balia teneva chiusa la camicia bianca di cotone grezzo, con il prezioso della grossa mammella sempre lentamente donata sul sorriso al buon uso odoroso e nutriente, proprio come quello della mamma, che sicuramente troverà nei sogni di questa notte, realizzando pienamente la visione di un goduto, annusato, e succhiato con felice sazietà azzurrina nel ricevuto e insieme mancato, e ricavandone il piacere attraverso ogni via del mondo condotta da quelle labbra gonfie di latte sgorgato da un ventre caldo di terra (pensata) buona, e sempre pronta a fiorire pure fra lo spinato delle ortiche sentita a spillo lento a sparire. Mirka. (Dai Racconti Il Destino Nel Nome)
In allegria solitaria ho cercato conchiglie e sassolini colorati nel l'immaginario tempo del l'infanzia mai sbiadita in rumoroso urlo scattato dalla libera gioia del l'azione incrociata alla spavalderia degli occhi nel lucido della meraviglia. Ma invece di conchiglie e sassolini colorati ho trovato un legno forse il remo di una barca forse di un ramo d'albero separato dal suo tronco o forse un trafugato a entrambi lasciato a segno per comprendere qualcosa. E ho trovato un lampo sfuggito da cavità azzurrina oscillante come un pendolo scadente l'intricato bandolo dei sogni tutti a grido di stupore in concentrata irradiata meraviglia immaginati a perfetto di compiuto in sferica visione in suono ostinato che ritorna. Sogni intravisti a lunga gittata di durata nel tempo sparato come un salve di cannone nel tempo legatore di percepiti mondi sconosciuti e in festa il tempo separatore di creduta brace anziché miraggi le perle regalate dal cosmopolita girotondo assurte a delizia di palato verde genovese raccolti in bagliori di collana riflessa agli occhi poi messa in uno scrigno e abbandonata li a inutilità del l'uso impreziosita. E infine a copertura di luna malandrina trovai la tela della malinconia innevata a brina di primavera non ricordando più il sito dello scrigno per indossarla ancora vantando la ruota del pavone concorrenziale al vero anche se imperfetto per ogni perla cercata con fatica coraggiosa con l'uragano che ne spaccò la terra a primitivo mare da cui prese il via la vita per tenerlo inseme in alto di clessidra. Ma come segno di vibrazioni congiunto a benigna terra per quando in cielo più non resterà plenilunio di lumini restò la scia del rosso luminoso del mio cuore in coppa di mirto che conforta l'entrata della notte e veste bianca di splendori indefiniti in liberata bandiera che protegge. La polvere raccolta dalla strada lasciata con indifferenza al vento su passi di bambina senza l'obbligato ubbidiente della mèta ma per rivoluzionare il mondo con profilati salti fatti dalla gioia senza nessuna conoscenza di dolore al centrato della retina in memoria. Mirka Song to the Moon. (Dvorak -Russalka)
Una grigliata d'infinito pareva camminare tra occhi e fianco nel solco rosso scavato dal cielo in sul telaio del tramonto. Ordito separante filtrato di coscienza che non conosce alibi ritorni a un originale Paradiso senza mediazione di Miti o simulacri deificati a illusorie proiezioni iniettando menta sul plastificato degli ombrelli chiusi. Poi tutto sparì. Solo agli occhi rimase il guizzo del passaggio a memoria di sentenza per ciò che siamo. Guizzo. Fuoco. Armata. Frecce. Evanescenza. Dissolvenza. Lampo di memoria Preghiera a ultima supplica. Preghiera a Circolare intreccio. Intrecciati separati dal sospeso. Liberi fluttuanti dì passaggi attraversanti dalla immutabile Eternità riflessa in ogni cosa e a specchio di un'idea. Prometeo alfiere scattato da quel solco di fuoco incisore di ogni battito mortale e a termine serenità in limpido risuonare di antica voce trovati in spaziale di ogni alba giovane. Accordo di ascensione sul trovato del coraggio che si slancia scontrandosi con la luce senza inganni di lampioni. Principio di verità tante volte ferita dal l'oltraggio farisaico a cui fa capo misericordia nel l'implacabile giustizia. Innocenza ritrovata come da primo ordine in placato Caos perpetuato solo per fragilità di Terra in feritoie d'armi dove l'eroe ebbe a sogno soffi di braciere del bilingue dio in tutte le create fessure compiacenti. Mirka Sinfonia Dei Salmi. I. Stravinskij
Nota: Abbozzata a occhi chiusi con matita alle 2 di questa notte, e ripassata qua e là in ripresa di mattino
Modificati anche nel Piacere del l'attesa attestante il rito gustativo nel l'immaginario ancora prima del reale, conducente ad altri mondi e persino a magico scatto di lampeggiante fuggire E c'era un Tempo dove il Caffè precedeva col suo profumo ogni fastidio di incombenza poi. Un pensiero di Alba su cui lavorare di telaio. Il respirare l'aria degli Incontri con la voracità di conoscere e di sapere, negli occhi sfuggenti, o nel l'attimo fermato più del dovuto. Un'officina di chiacchiere su reciproche vicinanze in continuo flusso e riflusso degli stessi respiri o pause di Silenzio. L'estasi dei Silenzi diventati complicità di percepiti misteri e inconsapevolmente amati come da naturale pensato. Dove anche i pensieri s'incontravano aperti l'uno al l'altro, ma vigili sul più piccolo segno contrario al l' empatico sentire emozionale. Dove tutto diventava famiglia allargata su una idea conducente a qualche memoriale, o a involontari sbagliati di giornata, e dove il "brivido" lasciato a fulmine, era sempre il piacere di un medesimo ritrovato di una stessa strada. Nel gioco degli Occhi, lampi di magia su quel "niente" diventato grandezza di Realtà nuova da vivere con audacia matura, di vincente sfrontatezza incurante di quel rischio piccolo borghese che calcola il centesimo sul confinato a margine. La pausa felice sul l'attraversamento di un ricordo fastidioso sul "lento" del cucchiaino girato sul bagliore di occhi dritti nel loro guizzo di incrociato. A sera poi, per accomiatarsi da una visione ostinata appiccicosa fra un pensiero e l'altro formandosi sorriso labiale, forse ritrovandolo a messaggio positivo svelato dal l'onirico intricato qua e là, ma nel compiuto della cosciente Interpretazione, il fidato con la Corsa ai piedi fra nuvole e colori. Un rito sempre sacrale vissuto e Pensato anche al volante della macchina, tra il domestico affaccendato, il lavoro pure nel serio della attenzione purtuttavia allietato da quella visione. Nel l'odierna liquidità epocale invece, una terribile trasformazione di abitudine alla gestualità senza il Piacere neppure incollato alla memoria, di quel profumo aspirato con la "voluttà" dei finì Intenditori mai confuso dalla chiacchiera d'osteria ostentata a oreficeria incantatrice quanto fasulla. Un cucchiaino che sbatte con inconsapevole stizza su una spinta che rovescerà quasi con sadico gusto il liquido prezioso firmandosi Oro mattone su un tovagliolo che frettolosamente si procederà a spiazzare con uguale stizzito annoiato gesto perditempo. Questo pensavo nel l'improvviso di un lampo in una imprecisata ora di passaggio e senza il Piacere di un profumo aromatico Dovunque respirato ad abitata vita in festoso incrociatore ciononostante. Mirka
Drin la porta era già aperta bastava scortarla. Bello come può essere il Primo angelo cacciato dal Paradiso a ricordo del ragazzo mai uscito dalla testa, o come l'Azaze' Cherubino per altezza ma svettante tuoni d'Abissinia custoditi nel magazzino del l'inconscio, al tetto della casa, sul bruciante strisciante respiro generativo del Caos su addensati calchi della notte, anziché a flussi di vita irruente, diventando foresta di lance, su elmetti e scudi in profondità di ordine, ma senza ritmo dorico di flauti e di clarini. Improvviso piombò il Silenzio a cordigliera di muraria, e fu quasi Babilonia, lavorando in minute cavità con incorporei spiriti ridotti a formato minimale. Prima ancora che sul mio volto Nidiata, il tuo burrascoso occhio tranquillo si posò sul pianoforte chiuso. Mi hai detto "Non suoni più?" e a seguito senza distogliere lo sguardo dal coperchio chiuso " Si sarà scordato " hai aggiunto con una smorfia. Ho sorriso guardando dritto il tuo volto ( bello anche se adombrato da improvvisi guizzi luciferini) illuminato dal imperiale lampadario del l'antico familiare tempio condiviso. Sguardo diretto che mai conobbe il basso, neppure su le avversità più crude inviati da maligna bizzarra Sorte, ma abbassati a Terra e a qualche vapore non purgato si, o solo e semplicemente per avvertire qualche "buca" di passaggio e senza luna esaltandone l' inganno e la lusinga trappola coperta dal fogliame. Forse neppure hai visto lo splendore tutto Intero che congiunge il Sole alla sorella luna senza competizione in coda, Complici del giorno come della notte, e mai scordato da nessuna baruffa sotterranea pregnante agli occhi disarmanti e chiari. Ma con la disinvoltura che il muscolo ben esercitato ne permette l'arroganza del diritto, ti sei diretto al grande divano ad angolo, hai svuotato lo zaino coi tuo doni e compiaciuto me li hai messi fra le mani. Nel mentre, vergognosa e a occhi bassi ( questa volta si) ti ho allungato il mio dei doni, nella inutile sciarpa cachemire dal disegnato Fendi, acquistata sul bruciante caldo del sanguigno, prima ancora del saltato alla sferica degli occhi. Cosa assai triste cercare di curare la "vittoria" sul dubbio di equivoci mai chiariti, che ostinatamente si volle incatenare a strategia per guerra e non a partigianeria d'amore! E questo fu il mio abbraccio Muto sul l'uscio del comminato, a congiunta diversità persino un poco divertita, in un giorno qualunque dove fuochi ruggenti aizzarono fiamme, svuotando la pura Essenza della grazia, in umiltà redenta a devozione di famigliare, nel conosciuto della sacralità dello scambiato pur restando sul obbligato quanto asettico superficiali idiomi, anziché protesi in voli Univoci là, dove aquila e fenici hanno ovunque il fresco del mattino, svelato sempre dal bagliore del l'attimo, ad albero fiorito e senza il più dei rami troppo lunghi da sembrare spilli o ossi funerari. Mirka Preludio G min Op 23. Rachmaninov