"Canta,o Musa, l'uomo che ha molto viaggiato" (Omero- Iliade)
Incollata a quei colori luminosi mi chiesi Chi li governasse e a quale Carro dovessi attaccarli per raggiungerli, un giorno.
Chiamai e chiamai a gran voce quel Riflesso di Superiore Volontà a me preclusa se non diventando Gioia che Libera, respira senza nasconderlo al mondo, turbata solo nella mente come un fiore scoppiato.
Mi dissi: " E' così, forse, che si muore"? e, muta lasciò ancora per un poco la porta aperta perché quei colori, tutti, potessero entrare. Per poco. Un poco ancora.
...anche il cielo di ieri sera sembrava macchiato da dubbi di semenza incivile
I DITTATORI E' rimasto un odore tra i canneti; un misto di sangue e carne, un penetrante petalo nauseabondo. Tra le palme di cocco le tombe sono piene di ossa demolite,di ammutoliti rantoli. Il delicato satrapo conversa tra coppe, colletti e cordoni d'oro. Il piccolo palazzo luccica come un orologio e le felpate e rapide risate attraversano, a volte i corridoi e si riuniscono alle voci morte e alle bocche azzurre sotterrate di fresco. Il dolore è celato, simile a una pianta il cui seme cade senza tregua sul suolo e fa crescere al buio le grandi foglie cieche. L'odio si è formato squama su squama, colpo su colpo, nell'acqua terribile della palude, con un muso pieno di melma e di silenzio. PABLO NERUDA "Ci si può illudere d'essere guerrieri ed eroi anziché pensare d'essere essi medesimi causa di rovina". Così ho pensato questa mattina all'alba mentre si accingeva a prendere il caffè rovesciandomelo addosso.. Tutto è fragile e frana se la coscienza non è fondata sulla pienezza di una vita morale, la necessità sociale, e il coraggio che conduce all'azione senza che, l'improvviso del dubbio incida sul vigore. I risultati sono sempre fabbriche di cartongesso con le facce pignone che continuano a guardarle. Mirka "Canto general" (M.Theodorakis- P.Neruda)
Karina è in macchina Ha fatto violenza su se stessa per uscire. Non voleva aggiungere tristezza alla tristezza che in questo periodo la prende così spesso alle spalle. Ma quando l'amica, operata da poco, le ha detto per telefono "Vieni. Mi fai piacere. Ho bisogno di guardare i tuoi occhi", ha superato tutta la ritrosia dovuta alla furia della pioggia, ai dolori (postumi) per una recente caduta finita fortunatamente col solo danno economico per lo svuotamento di 3 tubetti d'arnica montana. Alla fine fa sempre le cose che non vorrebbe, perché difficilmente sa resistere a chi insiste, poi...o si tortura il solito labbro inferiore, oppure si dà della Brava come in questo caso, senza peraltro compiacersene. (Bugiarda!) Ha provato addirittura allegria allorché, imboccando un viale si è trovata a fissare il giallo degli alberi. Parevano occhi birichini, o almeno ne avevano lo splendore, oppure davano l'impressione di strani animaletti che portavano gli occhiali. Si è guardata attorno. Si è accertata che non passassero delle macchine, poi ha scattato alcune fotografie. Un sottile esercizio che tiene da sempre per frugare fra le cose, coglierne la vita che ci scorre dentro, trovare lo specchio di se stessa. Aveva assunto una postura scomoda ben consapevole che le si sarebbero accentuati i dolori a quella vertebra ammaccata, eppure si è sentita addosso un'allegria che non le capitava da tempo. "Come sono banale in questo mio restare attaccata a un'adolescenza passata da un pezzo!" si disse mentre riprendeva il volante felice per aver dato felicità al suo occhio e incurante d'ogni altro pensiero disturbante. Sbagliò a mettere la marcia, ovviamente, e ovviamente si disse "poco importa". Aveva impresso tutta l'armonia di quei contrasti, la varietà, la poesia. E' davvero incredibile quanti siano i modi per esprimere la poesia anche senza metterla in rima" continuò a dirsi fra se e se. Lei sentiva che, in quella febbre emotiva poteva trovare forza, calore, passione, e tutto un gioco di frammenti che formavano l'intero. Chi la conosceva sapeva. La pioggia aveva ripreso di grosso. Karina ha paura ma l'affronta come Brunilde con la saggezza delle Saghe mentre concepisce il "Vascello Fantasma". Un bagliore da Oro del Reno ha vibrato con mille gradazioni nei suoi occhi sbarrati, svegliandola dal ruolo di Valchiria che così poco le si confaceva come una bacchettata sulle mani d'antica memoria. Rallentò. Mise tutta l'attenzione inimmaginabile affinché il viaggio si concludesse in vittoria di Urrà. Così che, quando arrivò davanti alla porta e suonò il campanello, anziché un limone sbiadito, l'amica si trovò di fronte a un mappamondo di freschezza colorata con tanti piccoli soli variegati. Si sono abbracciate e intrecciate si sono in camminate direttamente alla grande e bella cucina. Sul tavolo c'era della frutta. Come vuole l'intimità che anticipa l'intenzione dell'invito, Karina prese un mandarino e si sedette mentre l'amica continuava a raccontare, preparando il caffè, tirando fuori una scatola di biscotti. Versò il caffè per entrambi, e finalmente si mise seduta davanti all'amica. Un lungo silenzio mise fine a ogni parola. Si guardarono. Gli occhi dell'amica erano così velati da contagiare immediatamente quelli di Karina. L'empatia è il suo difetto principale e nessuno lo può negare. E' sulla Carta d'Identità. In compenso anche quella volta l'empatia servì a Karina per comprendere che, più d'ogni parola è il senso morale a permettere di sentire il bello buono, quando si sente d'essere stati utili a qualcuno . Utile come in questo scambio, semplice e genuino nella realtà di un gesto, dapprima forzato perché proprio "non le andava" di uscire da casa, con la furia della pioggia, i suoi dolori sparsi un poco ovunque, mannaggia la fretta! Ma intanto lei s'era riempita d'amore verso un altro essere umano che a sua volta glielo stava ricambiando ringraziandola con gli occhi. Occhi che ora custodirà come "un'armonia d'insieme". maimpegnandosi a trarne beneficio non solo per se stessi. Col ricordo affinché lo si possa "trasmettere" alla prima occasione. Col pensiero rivolto ai tanti occhi che non vede da tempo, se non addirittura immaginati per colore e intensità d'espressione, come quelli della sua nipotina dagli occhi azzurri, così almeno le hanno detto e, che le hanno confermato le fotografie che tiene nell'ultimo diario come incipit per un progetto futuro. Sempre che, i Piani Superiori combacino coi suoi e diano benedizione. A volte dimenticare se stessi per andare incontro all'altro è interagire con la comunità rappresentativa del mondo intero. Più che una religione che consacra la preghiera, dandole vita anche senza i parati d'un rito. Ovviamente un sacrificio che si trasforma in gioia Custodi d'occhi appunto. Anche immaginati. Mirka
Il viandante legge la sua mappa anche al buio. Lui vede come il cervo il bosco per giacere. Col sole che gli fruga gli occhi e li brucia. Con la pioggia che si ferma sul suo mantello come una vedova vestita a lutto . Sarà per questo che la sente piangere?... Il viandante ha per compagnia la Terra e il Cielo. _ Lì sono i suoi codici, la complicità, la parola chiave che unisce_ la ricerca perché non sia distante quella Città che si chiama Storia dai legami fatti di Voce. Voce che chiama come fa la madre per il figlio quando nasce o ritarda a saltar fuori con l'obbligo di dargli vita. Tutto il resto poco conta. Lui è concentrato allo strumento che tiene in mano. Lo fu per Orfeo e lo è per lui. Unica sicurezza per non fargli smarrire la via. Sa che lo porterà sino alla soglia di una porta lasciata aperta per sentire da lontano il suono. Il viandante ricorda ogni stazione. Oh se la ricorda! Eppure la caparbia volontà fu più forte del pianto per ricostruirne le fermate, le attese, rimettere insieme gli stantuffi sopiti e mai spariti del tutto. Quante cose attorno e sempre a sorpresa, per eleganza, fascino, arte, un canto sorto come un tamburo dalla terra. Si, certo non mancarono gli abbagli che dà il deserto, ma quello fu macchia di luce per certificare fra le ossa l'autentico del sole. Un sole fiorito da uno stato vigile d'elettricità che ristabiliva la meraviglia d'ogni ampiezza concentrata in un punto, le gambe in movimento per qualche ombra di troppo che poteva disorientare. Gran bastarda la mente col suo chiacchiericcio di monologhi lasciando indietro il cuore o un desiderio inconsapevole che predice la morte mentre si vive la vita affidata buona parte alla casualità del caso davanti agli occhi di un buon piatto di portata..
Ha paura il viandante? Certo che si. Con l'orologio che sballotta il "suo" tempo senza mai farlo coincidere col suo e, qualora la fortuna ci sbattesse, sarebbe per l'istante e poi scappare imbarazzata per l'abbagliamento di quel verde che,si dice d'arresto. Non si volta mai indietro il viandante e se lo fa è per l'attimo di trasalimenti, giusto per dirsi ma davvero ce lo fatta ad arrivare con tutti quei fischi al cuore?. E nel mentre se lo dice va perdonandosi ogni mancanza.
Quante cose vede il viandante. Sa che molto di quello che vede gli assomiglia anche se distingue con le giuste separazioni. Non esita a provare compassione e pena perché poco seppe dare, se non donando sentimenti che generatore di tanti equivoci, forse neppure messi in conto. Eppure nei nidi spinosi creati da lui stesso stabilirono la loro dimora due uccelli del paradiso che portavano nel becco grano, uva,e tutta la storia dell'uomo nella sua più estrema lontananza e vicinanza alla grazia di Dio. Il viandante ogni tanto si ferma, non purché il suo passo ha perduto il ritmo, ma per raccattare dei fogli strappati dal suo quaderno di appunti con scritto i suoi pensieri più intimi. Con tenerezza li guarda Lì è la sua vita, i suoi sogni, le sue speranze, il suo piacere per esplorare i recessi del proprio spirito, le curiosità intellettuali, i suoi naufragi, le mille e una volta che si è alzato, la fatica per farlo. E nel farlo il "sentire" che doveva attenersi alla realtà basata su una semplice fede nell'esistenza oggettiva della sua umanità, magari con qualche slancio di fantastico volare. Proprio come fanno i bambini. Quel bambino che era e che spesso ha dimenticato per inseguire una realtà fredda che non gli corrispondeva. Dov'era il pathos, l'amore, l'allegria che contagia, il bagliore dell'intuizione che, dopo la disfatta, porta a una profondità di commozione che con sicurezza indica la strada verso casa, con un campanello in sordina per non inorridire lo straordinario del normale?... Si. Viandanti lo siamo tutti e, con poche scelte a cambiare il dramma originale, a meno che non se ne ribaltò tutto in un'allegra metafora da Bel Paese, con molta carta carbone e un'unica verità. Ho fatto quello che avevo in cuore, con la fissità del la ,il piacere di inseguirla nell'orecchio e in testa, l'incantesimo di una fioritura di stagione che tramonta mentre l'aurora nasce.
Mirka
"Non conosci il bel suol" (Mignon- testo Goethe -A.Thomas)
Il BENE è energia pura che va oltre la felicità del donato, effimero seme della terra germogliato dove non s'aprì.
Non piegava il collo quella catena così pesante d'oro, lunga come l' Amore che non sa di chiamarsi amore
Agganciato al fermaglio un buddha di giada reale.
"Ti proteggerà" stava inciso sulla targhetta col nome e la data. All'angolo, il ladro. Proprio dietro l'angolo della prima via prima della piazza S. Giovanni del Dio.
Fu grido unico partito dalle viscere della terra benedetta a protezioni. Formato cicatrice attraccato al collo svanita lentamente insieme ai tempi buoni
A volte ti chiedi e mediti sul senso del silenzio mai diventato parola di perdono. Nel senso d'essere vivo e non imploso in sterili piagnistei da ranocchia o rane. A volte. Mentre cammini e ogni scena ritorna allo stupire della bocca. Ed è sentore di ferro nel dorato miele che un di Felicità diede al tetto della casa