Aurora era seduta sulla soglia di un tempo indefinito e piangeva senza adagiarsi nella contemplazione di quei goccioloni che le inondavano il viso, ripercorrendo l'inquietudine di quella bimba che,nove giorni prima del santo Natale, cantava in coro Regem venturum dominum venite adoremus.
La chiesa era buia e fredda, meno, comunque, di quelle sbarre che s'innalzavano sulle lunghe vetrate della grande camerata del collegio. Lei si scaldava pensando che, come lei, al freddo di una capanna, c'era stato un bambino chiamato Gesù. E questo era un particolare che li avvicinava rendendoli simili, così pensava, mentre sulle guance le si asciugavano i grossi cristalli provocati dal dolore per le ferite che i dei geloni le avevano lasciato ai piedi.
E pregava con un fervore che sicuramente nessuno dei presenti provava. Né le altre bambine e neppure la Madre badessa. Ogni tanto qualcuno si voltava a guardarla, e un poco stupita, le lanciava un timido sorriso ma senza capire perché lei ci mettesse tanta veemenza per una litania che doveva semplicemente preparare a un evento che si ripeteva ogni anno.
In quel mentre la campanella del parlatorio suonò facendo sussultare la pancia di Aurora.
Ecco il dono di Gesù, della sua Mamma e di s. Giuseppe, gridò il suo cuore nel chiuso della casa situata a sinistra del suo piccolo corpo ancora in forme, ma con degli impercettibili segni della donna che un giorno sarebbe diventata. Lei lo aveva chiesto a Gesù come DONO sicura di non restare delusa.
E il nonno dal gran cappello nero era arrivato. per portarla a casa. Era l'ultimo giorno della novena. Una porta si aprì. Tante teste si voltarono come bisce pronte a saltare, ma una sola era già sulla porta che scalpitante come una puledra ungherese. La monaca allungò una mano stringendo forte la sua. A stento riuscì a trattenere quella gioia che a dismisura cresceva sino a staccarle i polmoni. Questo dovevano aver provato tutti quei pastori in cammino verso quella luce che faceva scintillare la capanna irradiandosi a tutto il mondo. Pensava Aurora e, talmente empatica con Maria, da sentirsi anche lei madre in quel ventre che pulsava pulsava quasi fosse un unico cuore.
Mirka (Stralcio dal romanzo Il Destino nel Nome)
