..Infin giungendo da destra e da sinistra e da sinistra a destra bramando s' imbranò con i bramini ma coi dardi d'Apollo scanzò tutti i confini e la barca coi remi tirò a un Porto aperto all'Ordinata Marcia dei Leon alla latrina pronta e col grido al muro delle stanze sue . Je Suis Charlie.
Un twitter scritto da Giorgio (lanciascudo) mi ha portato alla mente un episodio di qualche anno fa permettendone di collegare le cose agli avvenimenti e traendone delle riflessioni. Quel twitter parlava del Caso. Del Caso che non è mai Caso ma un qualcosa che si forma attorno a noi per darci dei segnali che noi dovremo essere capaci d'interpretare prestando la giusta attenzione, rifletterci e portare la riflessione sino agli strati più profondi, onde ricavarne una guida,un insegnamento e trarne benefici di forza, fiducia, sicurezza. Rivede con assoluta chiarezza di memoria ogni particolare di quel giorno in cui capitò ciò di cui racconterà e dal quale uscì rafforzata la mia fede, se non addirittura nuova, e come resuscitata. Abitavo in Emilia. La mia terra natale nota per le sue nebbie fittissime e improvvise. Alla guida della mia Opel ero andata a Reggio per incontrare degli amici. Si era alla fine di settembre e la giornata era bellissima. In Emilia ci sono atmosfere così suggestive, multiformi e ricche di sfumature da far invidia a Monet qualora fosse ancora tra i vivi. Non ho mai trovato da nessun'altra parte dell'Italia questa magia, incantamento e gioia per chi, come la sottoscritta sa gustare e trarre con l'occhio sempre pronto a divertirsi, con lo spirito predisposto al godere musicale dei colori come da spartito di un pezzo letto a prima vista di cui un particolare cattura l'attenzione, tiene sospesi per un poco, per riunirsi nel finale a un'idea di quel tutto che darà, anche se molto ancora del suo invisibile profondo resterà ancora da scoprire. Or dunque. Il pomeriggio era passato troppo in fretta perché non ne avvertisse in anticipo la nostalgia che avrei provato di lì a poco appena messa al volante della mia auto. Immaginavo la conversazione e con un buon margine di antica conoscenza, ne Gustavo dettagli e contorni. Stimolante e piacevole anche se non sarebbero mancate punte di polemica. Diversi i punti di vista, le angolazioni, la mentalità, le esperienze. Ma tra di noi c'era affetto e stima quindi tutto poteva diventare materia di arricchimento e non il contrario. Si era in piazza del Duomo e, anche se si camminava a tondo l'orologio mi stava sempre davanti. Sono miope e con scarso senso dell'orientamento. Quindi tutto era da mettere in conto. Ma gli argomenti tiravano e così la piacevolezza di condividere con gli amici. Il cuore si era esattamente diviso. Con un'ansia crescente e sottile com'è la Bellezza di quelle atmosfere, cominciai a intravedere una nebbiolina che cominciava a insinuarsi e, che, senza ombra di incertezza dava chiari segni di stendersi come il mantello grigio piombo che portava mio nonno. Sempre più preoccupata ho salutato in fretta la compagnia e quasi di corsa mi sono avviata verso il parcheggio dove stava la mia auto. Accesi il motore, misi la prima seconda terza e quarta mentre la nebbia cominciava a mangiarsi i contorni delle cose. Col cuore sghembo arrivai alla prima delle tante rotonde e...non vidi più nulla. Infilato una direzione a caso, mi trovai tra dei fossati e dei capannoni. Mi sembrò di riconoscerne uno dal momento che, qualche giorno prima accompagnata da uno di quegli amici ero capitata là per conoscere un industriale interessato a un mio progetto di lavoro. Ero nella zona industriale di Mancasale. Ma...a parte quella certezza di locazione non vedevo nulla di nulla. Scesi dalla macchina e smarrita cercai di sguazzare gli occhi. Davanti al muso della macchina un fosso, dietro, a pochi metri un muro. Sudore e brividi cominciarono a ghiacciarsi tutto il corpo. Sono risalita in macchina e, come una tartaruga ho messo in moto la retromarcia. Il muro era sempre più vicino. Mi fermai. Per un attimo pensai di chiamare in soccorso degli amici. Ma desistette. A che sarebbe servito dal momento che non sapevo indicare la posizione? Aggrappata con le mani al volante ci buttai anche la testa. Fui distratta dalla musica uscita dalla stazione di radio 3 sulla quale mi sintonizzavo sempre. Cantava Nilla Pizzi. Vola colomba bianca vola. Una strizza di tenerezza subito sostituita da sbalordimento per l'inserimento improvviso di una voce uscita da chissà dove che esortava ad avere fede, che Dio non abbandona mai, che altro non chiede se non l'affidarsi,che tutto perdona, e non è giudice bensì Padre. Superato il primo sbigottimento, capii che quella voce veniva da Radio Maria ed era quella del cardinale Gianfranco Ravasi così mi parve intendere. Ancora secca di bocca, cominciai a rendermi conto delle cose. Quella stazione radio aveva misteriosamente preso il posto di radio 3 proprio nel preciso momento in cui io avevo bisogno di sentire una voce veramente umana che stava vicino a me e vicina per dirmi quelle esatte parole. Le sole che potevano restituirle la fiducia e il coraggio. Scoppiai a piangere come un rubinetto rotto, mentre la Voce prendeva commiato e al suo posto subentrava la recita del rosario. Automaticamente le mie labbra cominciarono a sillabare qualche suono di quelle note giaculatorie. Sentii il sangue riprendere il suo flusso normale partendo dalle mani che, come guidate da forza misteriosa presero a manovrare con fermezza il volante. Il collo da sbarra che era, cominciò a sciogliersi in movimenti lenti e controllati. Gli occhi come dotati di laser puntati in tutte le esatte direzioni. Il Rosario a Pilota di Strada Sicura. Senza altri intoppi e con la nebbia fittissima mi ritrovai davanti al cancello di casa mia. Di fronte alla Casa Della Gioia. Nome col quale io l'avevo voluto battezzare entrandovi per la prima volta. Un simbolo di vita e di impegno a metterla in pratica. Ovunque e sempre. Il rosario intanto era arrivato al Gloria e io potei finalmente gridare qualcosa di esclusivamente mio Hurrà! Forse mio.
No. Nulla avviene per caso, ma tutto avviene perché si creda nei continui miracoli insiti in ogni cosa, anche nei twitter. Dentro ogni cosa e, nel più elementare dei segni si può trovare la Verità che insegna ad avere fiducia per quello Spirito buono che vive in noi e circola in ogni dove come sacralità che si impone come l'unica visione a cui guardare per dare luce dove la nebbia è scesa e impedisce di vedere. Nulla è slegato alle cose che ci capitano. Sta a noi interpretarle nel modo più positivo per ristabilire ogni perduto contatto e ridare splendore alla vita oscurata solo per la nostra cecità, ferma sull'angoscia o paura di un momentaneo destinato a passare attraverso un fiducioso atto di volontà integro come la Prima Religione. Mirka Veni Creator Spiritus
Fu così breve l'incontro che ancora mi domando se la vita si fosse raccolta tutta in questa brevità fatta di passaggio. Ci sfiorammo appena con gli occhi e questo bastò per ricreare tutte le stagioni mai uscite dalla mia terra. E mentre ti benedicevo, furtiva nascondevo una lacrima rubata a tua insaputa fra i fili d'argento dei tuoi capelli che tu non saprai mai. Grazie. Mirka
Strada. Un bel cielo azzurro con qualche pecorella sparsa. La mia camminata è moderatamente lenta,oggi. Forse per la borsa della spesa, per qualche chilo di riserva o semplicemente per il piacere di godermi il presente. Non so e non m'importa. Distratta come sempre . Solo il mio terzo occhio vigila per me. Le buche e i regalini che lasciano i cani sono la norma qui...Una spalla mi sfiora mentre l'aria mi porta le note di bella ciao. E' un bel giovane il proprietario di quelle spalle. Volto rotondo e pulito. Porta un giaccone di ottimo taglio. Forse un moncleir. M'illumino facendo invidia al sole,di questo ne sono certa e,senza pensarci due volte gli dico "Sempre bella quella canzone,vero?" Lui "Si compagna" e tira dritto stringendo la mano della ragazza che gli cammina accanto. Bella anche lei. Belli entrambi. Per la frazione di un secondo Lui si volta e mi guarda con tutto il volto luminoso come oro non adulterato da miscele bastarde. Entrambi abbiamo capito ciò che tra di noi è passato. Nel 68 (il mio) c'era l'eskimo come rivolta a povertà, i buchi sparsi come fiori liberi e selvaggi sui jeans,i capelli riccioluti e scarmigliati a sprezzo della vasca idro e quotidiana,oggi una Canzone cantata senza bavaglio in bocca, una faccia pulita, un giaccone di buon taglio senza essere il simbolo di un'elite. Come il mio cappotto anche lui di ottima fattura anche se di qualche anno fa. Entrambi però abbiamo capito una cosa certa e senza ombra di dubbio. Che la via da percorrere era la stessa. Un lavorare su un medesimo telaio con la polifonia di un ritmo ben preciso per dar luce alla vita. Operai forse sconosciuti ma esecutori di un sociale che pratica la vita più che infiorarla di ferrose parole dove lo Spirito è morto e il Popolo non cresce. Questo ho pensato per il resto del giorno vivendolo come un Primo e sognando come facevo un tempo.
Mirka
"Bella Ciao" (Canzone Della Resistenza)
NOTA Sospesi i commenti perchè sarebbe faticoso risponderd a tutti a causa dell'intervento recente agli occhi
Tra uno sbadiglio e l'altro Sotto Pelle si infilò la Vita. E fu Musica, quel l'unica musica, il Sirtaki, a sconfiggere l'inedia. Capezzoli irriverenti nei gangli delle vene. Mirka
Erano gli anni dei progetti vittoriosi e a lungo termine quando conobbi Carlo Morozzo Della Rocca. Giovanissima e borsista al theatre Royal la Mannaie di Bruxelles e,caldamente raccomandata e presentata a lui dal M. Lino Liviabella. direttore del Conservatorio musicale di Parma dove avevo conseguito gli studi di pianoforte e di canto. Rammento la prima volta del nostro incontro nella sua splendida casa con l'emozione di una educanda che per nascondere la sua timidezza diventa sfacciata sino alla impudicizia ma stretta al suo vestito semplice e castigato. La prima cosa che notai quando fui introdotta nella lunga sala fu un magnifico pianoforte a coda. Credo fosse un Petrof. Lui era al pianoforte ma alla mia entrata si alzò immediatamente e con un largo sorriso mi abbracciò. Ero impaziente di conoscerla. Lino me l'ha decantata come promessa sicura della nostra lirica e della nostra cultura. Rossa come una torcia al tempo di Spartaco non riuscivo a staccarsi dal fresco nido delle sue braccia appena un poco più caldo nel punto dove batte sempre il cuore. L'istinto mi disse con certezza d'essere davanti a una persona speciale, lontana da ogni acquisito che potesse avvicinare l'artificiosità o comunque fuori da se stesso e, di fronte a un avvenimento eccezionale. Sapeva di buono Carlo M. della Rocca. Un buono di pulito e raffinato. Forse ma non importa al vapore di fahrenheit. Il tremore che mi aveva preso erano stilettate di autentico freddo pur stando nel mezzo dell'estate. Ne sarò degna? continuava a frullato di testa o la mia acerba giovinezza strabuzzerà in qualcosa? Deluderà nelle aspettative? Saprà trarre dall'esperienza che sto facendo l'utile del beneficio per ricambiare il dono offerto su un vassoio di purissimo cristallo? Insomma, devastata dai dubbi, per darmi un tono e confondere la valanga di incertezze che mi erano piombate sull'anima diedi vita a un cinguettare sconclusionato passando da un argomento all'altro con superficialearia salottiera come avrebbe fatto Madame de Steal. Una biografia che io avevo letto da poco. Carlo M. della Rocca era il responsabile dell'Istituto Italiano di Cultura e anche dalla sua persona emanava quella grazia naturale e lieve di chi della cultura ne ha tratto piacere di sapienza e non di accademica boriosa ostentazione. Con elegante spontaneità mi prese il gomito e con passo sicuro mi portò a una delle tante finestre. Io come una quasi pecorella aggrappata al suo pastore incantata ad ammirare solo con gli occhi. Lui e il panorama della città che ci stava sotto. Ciò che ricordo fu solo un'immensa lunghissima strada che a me fece venire a mente la via lattea anche se non centrava nulla. Ogni tanto mi prendevano i dubbi di inadeguatezza che subito cacciato con l'entusiasmo più sfrenato ma tenuto a bada per residui di buona educazione. Mi dicevo se sono lì mica sono lì per caso. Qualcuno che credeva in me ha operato per far si che avvenisse l'incontro. Devo essere orgogliosa,mettercela tutta di quel meglio che posso o intuiva fosse e far si che qualcuno di quei progetti divenga realtà grazie anche a questo incontro così fuori dall'ordinario. Tutto qui. Ma ero così giovane,inquieta,suscettibile sino all'incarnazione del riccio, umorale da passare come un lampo dal regno di Lethe all'ira dei 10 Comandamenti e da questi condannata. E che dire di quel l'inclinazione furiosa ad afferrare tante cose insieme come ciliegine sull'albero e messe a grappoli all'orecchio? Candida sino al ridicolo ma con una incredibile capacità d'andare in profondità quando il brivido mi attraversava la pelle. Libidinosa di conoscenza anche se in modo disordinato personale e discontinuo entro i cui sentieri mi ci tuffavo senza mezze misure in maniera esagerata e assorbente come Carta Primordiale. Insomma un vulcano e,come tutti i vulcani pericolosi, imprevedibili e irruenti senza un segno che li preannunciasse. E così davanti a quel signore che spruzzava intelligenza ed erudizione mi sentivo trascinata da più correnti sotterranee,dall'entusiasmo prorompente e dal piacere lento che dà l'apprendimento vero. E Carlo M. Della Rocca fu la prima lanterna che la vita mi mise tra le mani. Raggio di luce necessaria per un cammino in progresso a corrente alternata ma che non ebbe a spegnersi mai. Che per me Arte e Conoscenza, Musica e Sapere erano e resteranno uno inscindibili forza di vita inarrestabile. Inarrestabile come la Libertà. Come il mio spirito libero. Una libertà avulsa da ogni schiavitù ma consapevole della responsabilità di pensiero operante. Operante come una necessità fuori da ogni vanitosa ambizione competitiva ma della quale non se ne può fare a meno. Era il tempo dove portare l'eskimo dava orgoglio da mostrare insieme alla risata dura, la due cavalli (la famosa auto a due posti 2 CV) presa in affitto e ostentata in modo scanzonato come simbolo di libertà che include quella d'essere perennemente in bolletta senza farsene un problema che, essere magri era bello anche coi brontolii nel basso ventre e svolazzanti come farfalle in lotta di polline. Era il tempo della beffa. Dei movimenti popolari in sviluppo e propulsori di forze nuove. L'improvviso di risate collettive che si dissolvevano nell'aria come bolle di sapone. Di irruenza esplosive e fuori da consuetudini e schemi. Il tempo della NON delega. Il tempo di motivi forti e così travolgenti da non lasciare spazio a puerili giustificazioni piccolo borghese. Il tempo degli appassionati Apprendistati, dei Sognatori pronti ad inseguire la luce intravista fuori e oltre ogni meschinità, e infischiandosene dello scherno della stessa ma sperimentando la passione del ferro che recide ogni ipocrisia senza curarsi troppo di morire in battaglia che, le strategia per preparare la guerra la si lasciava agli altri e non a noi, purtuttavia avendo coscienza che i problemi di ognuno avrebbero dovuto essere quelli di tutti e solo insieme si poteva arrivare a risolverli senza affidarli ai mercanti di giuggiole e lontani dalla scena reale oltre la quale vive la tirannide del bieco potere e il "nulla" che uccide la Speranza, la vita e rende l'uomo un robot. Era il tempo dell'arte vitale sotto la pelle ma incapace di esprimersi. Il tempo dell'amore come legge che sovrasta ogni freddo ragionamento, vitale se ti fa pulsare anche il cervello. Ed era il tempo che sentirsi Italiana era ancora sinonimo di fierezza che racchiude Storie (grosse) comuni, il coraggio di continuare scardinando ogni ciarpame, i residuati incancreniti da quel nero verniciato a nuovo e ibrido. Il tempo di Enrico Berlinguer. Questo e altro penso divagando nel tempo dei ricordi,mentre una lacrima "reale" rotola come palla su un piano inclinato rivedendo una Madre che come formichina racimolava i soldi per dare a sua figlia la possibilità di realizzare un "Sogno" custodito in un cassetto profumato di bucato e con fiori di lavanda per sacchetti. E mentre inseguo con l'anulare sinistro quei disegni liquidi sul volto,un poco mi rammarico per tutti quei sogni così concreti e belli finiti nella polvere e dispersi in memorie distratte da ben altro che da quell'immaginare alla Fede che uniti li teneva e alti. Alti come una corrente che ha raccolto i tanti ruscelletti sparsi con a mezzo un filo intriso nell'oro. Mirka "Perfect Day"
Quando è necessario Lei si ripresenta a me. Lascia il riposo beato dei giusti per arrivare sino a me sulla terra. E il viaggio, credo, sia anche lungo oltre che faticoso. Eppure lo fa come era sua abitudine fare quando il dovere d'amore (educativo) lo esigeva. Così questa notte l'ho rivista in sogno. Non so se si fosse nella casa abitata da me sino a pochi mesi fa, in quella di adesso o in una galleria d'arte, ma con qualche oggetto familiare e "nostro" ben riconoscibile. Comunque fosse, ognuna di noi due si accingeva al quotidiano, in silenzio. Quel silenzio, a volte, più prezioso d'ogni parola. Però si percepiva tensione. A un tratto io volli spezzare quel silenzio carico di esplosivo sotto pelle sgorgando come un proiettile tenuto a lungo in canna o come una bomba infilata nel fondo di una tasca. Ho voglia di sparare a tutto il mondo ho urlato. ( Tengo a precisare che l'anno passato da poco è stato per me un autentico tsunami che m'ha lasciata "apparentemente" sfibrata, tra macerie, ceneri, imprevedibili rivelazioni dure a digerire). Per risposta ebbi da Lei un singhiozzo (o forse fu solo mio ) senza che questo la facesse interrompere le piccole azioni cominciate. La polvere levata dai mobili, con gesti lenti, quasi meditativi, la lucidatura, amorevole di un porta fotografie in argento, un vetro della finestra del salotto ripassato quasi con dolcezza. Io la stavo osservando e piano piano sentivo trasformarsi la rabbia in calma. Una calma strana, come di presagio che senza sapere si attende. Poi Lei apri la porta a vetri che dava sul balcone e, con la scala che si era portata con se, si arrampicò sul muretto per pulire meglio (ammesso che ce ne fosse bisogno perché non c'era polvere) la lampada fissata al centro del soffitto, dal momento che l'altezza della scala non era sufficiente. Aveva le spalle e tutto il corpo proteso all'esterno e sarebbe bastato un nulla per farle perdere l'equilibrio e cadere.(immagine che ho proiettato su di me). Ho trattenuto l'urlo istintivo che mi stava salendo per evitare possibili e inevitabili danni reali, bloccando persino il respiro e osservando la scena con trepidazione. E fui contenta perché l'aver impedito l'urlo, significò procedere nel modo più normale e senza scossoni. Tranquillamente e sempre in silenzioLei scese dal muricciolo del balcone, mise i piedi sulla scala e fu a terra. Senza guardarmi mi passò accanto, aprì la porta della Sua camera/Studio, si avvicinò al piccolo scrittoio in bois de rose quello "suo" di sempre, prese il quaderno che stava sopra, lo aprì nel punto lasciato, (credo fosse a metà ma non ne sono certa), aprì il cassetto della scrivania, prese la penna e cominciò a scrivere come se nulla fosse successo. Come se non sentisse i miei occhi fissi su tutti i suoi gesti. Il suo volto era impassibile ma sereno. Io meno. In testa avevo pensieri per la casa che di lì a poco avrei dovuto lasciare. E qui il sogno finisce lasciandosi nelle orecchie il rumore rapido che fa la penna sul foglio. Un altro chiaro messaggio che ancora una volta Lei ha voluto farmi dono cercando di farmi capire e trasmettendo l'importanza di vivere la realtà del momento per come si può, attenendosi alle piccole cose del quotidiano, usare la prudenza per i limiti sopraggiunti ( una certa predisposizione naturale mi porta ad essere audace oltre misura e insofferente ai ragionamenti troppo logici o di calcolo). Cosa che Lei conosceva molto bene. Nel passato, questo, era stato un motivo di prorompenti e sonore risate da parte sua, musi lunghi come tutta la quaresima da parte mia. L'esortazione a continuare a scrivere. Scrivere, come faccio sempre del resto e come ha fatto Lei sino all'ultimo suo istante. E io ringrazio Lei una volta in più, se oggi (in questo preciso momento che racconto) mi vedo più tranquilla, paradossalmente combattiva, serena da rasentare l'indifferenza, o meglio la impassibilità così poco aderente a me, al mio volto dove tutto è specchio e si rispecchia. Io così passionale, impulsiva, scottante, permalosa, lucida. Ciononostante distaccata (mente) fiduciosa.
Vero che le soluzioni non sono mai a portata di dito, ma si può sempre cominciare ad attingere acqua di vita vera dai problemi che in qualche modo l'hanno bloccata, magari sciogliendo quella rigidità che ne hanno impedito il flusso, rivedere e rivedersi con onestà per ritrovare il bandolo della nostra personale matassa. Riportare l'anima a Se e sentirla dentro tutte le cose, confidando in qualche consolazione cosmica, ma soprattutto affidandosi a Colui sempre pronto ad accogliervi anche coi molti naufragi, fallimenti e così spesso dovuti da quello stupido Super Ego che, per qualche attimo ci ha fatti sentire così poco vicini a Lui e molto più vicino ai piccoli uomini.