...Non era ancora morto,quando i suoi compagni giunsero da lui a terra fra i cadaveri dei militari...e con molta difficoltà uno fi loro sentì la voce dettare il suo ultimo giudizio sintetico." L'importante non è che uno di noi muoia...l'importante è che continuate..." Poi morì. ( Ghassan Kanafani-)
...in una realtà di lupi e di sprechi,dove l'onestà ha poche speranze di gratificazione se non il premio a se stessa.
Si chiamava Omar W. Al Bunni Said, ma tutti lo chiamavano Said, io semplicemente Al. Aveva la pelle del colore dell'ambra ma come sgranata dal vaiolo. La bocca grande con delle grosse labbra sempre screpolate per troppo sole, per mancanza di vitamine o per troppa sete mai saziata..Gli occhi erano d'un bel marrone dorato e dolcissimi, a volte, ma così penetranti, sospettosi e indagatori da obbligarlo a portare perennemente degli occhiali scuri. Cosi immaginavo. A mia madre piaceva moltissimo la sua voce. Bassa, lamentosa e un poco roca, dove, a tratti, si insinuavano vibrazioni di una stranissima malinconia che faceva pensare a una innocenza perduta troppo presto per il prevalere di ombre negandole il diritto a gustarne le bellezza piena, oppure si poteva pensare a una lunga educazione affinché si imparasse ad accettare il senso misterioso di quel l'oscurità che l' inquinato dà ai colori, li appanna sino a cambiarli, ma che, penetrandola la si può trascendere e trasmetterne l'esperienza che ha formato il pensiero e poi più a fondo scavato in qualche parte dell'anima. A me, uscita da poco dall'adolescenza, mi catturavano i suoi lunghi silenzi che facevano parlare gli occhi anche se nascosti dietro a quegli occhialoni scuri d'un linguaggio segreto e al contempo chiaro e buono.
In testa aveva una sua filosofia che cambiava col passare del tempo, degli avvenimenti politici e dei corsi e ricorsi della storia..
A seguito della guerra Palestina l'israeliana, aveva dovuto interrompere gli studi di architettura, era emigrato e infine era salpato a Roma, dove si trovò costretto ai lavori più umili per poter continuare a studiare.
Spesso si faceva tardi, la sera. Ci si radunava in casa di amici e si tirava a far giorno parlando un poco di tutto. Della bellezza delle stradine romane, dei suoi tramonti e dei suoi pini, la ricerca di valori duraturi al di là dei vari credo e ideologie, sul significato delle azioni, sulla sincerità delle persone, sulla tirannia del potere, del suo orgoglio d'essere arabo e palestinese, delle condizioni drammatiche in cui versava il suo popolo, la sua scelta a condividerne il cammino sino in fondo, magari lasciando qualche traccia di se nell'umanità delle cose, in un gesto umano teso a spezzare ogni catena di quell'odio intromesso sì con prepotenza nel lungo fiume della vita seminando violenza, pianto, morte, la coscienza chiara come scelta di campo.
Io ascoltavo avida, anche se non riuscivo a comprendere tutto. Spesso mi trovavo il volto bagnato senza sapere perché, mentre il cuore mi diceva ch'era nel giusto nel sentirsi partigiana e vicina a quel quel popolo così oppresso e provato nel vedere i propri diritti confiscati e calpestati,le reazioni di difesa inadeguate, una presa in giro e infine l'esodo per non vivere ospite, dipendente e prigioniero in casa propria. Come lo è stato per Omar W. Al Bunni Said, affettuosamente da me chiamato Al.
Nella stanza dove ci si raccoglieva, si evitava di accendere la luce elettrica, preferendo la luce calda e intima delle candele. Rammento il tremolio che creava ombre alle pareti dando inquietudine alla mia mente e un poco anche ai miei polsini.. Cercavo d'ignorare ma l'occhio andava sempre là a quelle pareti con quella danza di ombre e un brivido mi percorreva rendendolo visibile anche al buio. Anche di questo non seppi mai spiegare la ragione, né allora né adesso.
La serata finiva sempre con della musica (siriana-araba) che Omar metteva sul piatto del giradischi o che lui stesso cantava con la sua voce bassa, roca,lamentosa,intonata e dalle multiple strane vibrazioni.
Ci dovevamo incontrare un giorno come quello di oggi. 18 novembre ma l'incontro non venne mai. Di lui sapevo gli anni, ventinove, il nome, che militava nel "Movimento dei nazionalisti arabi", dei suoi occhi dolcissimi quanto inquisitori nascosti dietro a degli occhiali scuri, della sua malinconia fiera di coscienza di stare dalla parte giusta sino a darne la vita. Dagli altri amici, che era tornato in Siria. So che a volte, mi chiedo cose che non dovrei pensare perché la paura della risposta è pugnalata al cuore, eppure, puntualmente, in certe precise date o circostanze si ripropongono con l'insistenza d'una martellata in testa.
Sono comunque incontri che segnano. Orme, appunto, ma, come in questo caso, orme che gelano l'anima.
Troppe sono le cose che spingono a uscire per bruciare una volta per tutte e poi sparire. Senza la voglia di scherzare o di far metafore di filosofia spiccia. Che il dolore non si dimentica mai,anche se può farci imparare una lezione,questo si. La vita conduce sempre alla morte, tic-tac, tic-tac, checché stupidamente lo si voglia ignorare.
Perché si scrive?! Mah! Vecchie e care abitudini mai smesse, per chiamate che fluiscono dentro a mezzo della nostalgia di qualcosa che manca e che non sai cos'è, per una melodia ferita che si contempla allo spuntar d'una qualsiasi ora del giorno o della notte,magari per sentirne ancora la sorpresa per l'emozione che ti procura l'assenza,per cantare l'amore o uno stato felice, il sussurro della morte e tutti i suoi presagi, un compagno invisibile che ti passa accanto, oppure un buco ancora da riempire di altre tracce scheggiate di luce, che nel tempo prestissimo svaniranno o se qualora restassero un poco più lungo di un previsto, saranno equivocato perché interpretate superficialmente come uno crede, senza che l'autore possa avere il diritto della replica.
Mirka
"Love poems" (Nizar Kabbani)
Disegni a inchiostro di china di Ghassan Kanafawi















