fiume

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fiume della vita

domenica 17 agosto 2014

E PER CASA LA CREPA DI UNA MONTAGNA



 So che accetterai diceva lo scritto su un foglietto spiegazzato consegnato alla donna e che lei frettolosamente aveva nascosto nel reggiseno. Solo un pallore diffuso poteva far capire il suo turbamento. Il sorriso era quello di sempre se non fosse stato per quello strano innaturale luccichio  che partiva dagli occhi. Una intelligenza  attenta che guardava da ogni angolazione senza lasciarsi sfuggire nulla. Scambiò qualche battuta secca col titolare della fabbrica. Si addolcì, un poco,per le battute di qualche operaio,fissò un punto lontano. L'unica distrazione concessa. La fissità di un pensiero che si poteva riscontrare sulla durezza della bocca come un filo d'acciaio che si tendeva e si raggrinziva sulle labbra belle e carnose create solo per i baci. Si chiamava Clara e aveva vent'anni. Determinata come si può essere in una giovinezza maturata da sogni forti e da ideali di libertà. Una voce imperiosa la chiamò. La ignorò. Aveva altro a cui dare importanza. Quel contro ordine ad esempio. La volpe  si è rintanata nella crepa della montagna. Freddamente la mente cominciò ad organizzare qualche pensiero mentre addosso si sentiva degli occhi puntati come canne di fucile pronto sul grilletto dell'avvio. Il palmo di una mano grossa e sudata cominciò ad esplorarle la colonna vertebrale cercandone puntigliosa i nodi sopra il vestito di cotone grezzo. Infastidita pensò che a staccarla sarebbero bastati gli occhi che sputavano fiamme. Non fu così perchè il sudore le si trasmise a tutto il corpo. Qualcuno doveva aver notato il gesto perchè degli occhi si abbassarono,altri invece seguivano la stessa traettoria di quelle fiamma scappata dagli occhi di Clara cercando così di manifestare solidarietà. Volevano tutti bene a Clara e tutti la rispettavano. Quella mano grossa l'aveva presa di sorpresa e disorientata. Lei però poteva immaginare la motivazione di quella sfacciataggine. In tasca teneva il gagliardetto.       Sbadigliò e non lo nascose. Non aveva dormito per tutta la notte. Guardò fuori dalla finestra. Stavano montando un baraccone,una piccola giostra tra una pozzanghera e l'altra e dentro alle pozzanghere. Ritornò al pensiero dominante.  Il Partito aveva scelto lei per quella missione ma lei sapeva benissimo che le direttive le aveva date Michele. Michele Lopresto. Clara si strinse le braccia come si fa con un bambino piccolo quando sente freddo o non riesce dormire. Immaginò il gelo che doveva esserci in ogni crepa di montagna. Reagì prontamente a quella sensazione che aveva portato il gelo anche al suo sangue battendo i piedi uno sull'altro, sfidando con gli occhi chiunque le si parasse incontro per affidarle qualche lavoro supplementare. Sapeva di essere brava. Sbuffò e alzò le spalle alla voce del titolare che la chiamava. Pensò a sua madre. A quell'ora stava sicuramente preparando il tavolo per la cena. Si cenava presto a casa sua. Immaginò il suo dolore quando le avrebbe detto...    Qualcuno le allungò una pacca nel mezzo della schiena. Voleva essere un gesto d'affetto ma a lei fece l'effetto di un pugno così che la sua reazione  fu un urlo da bestia anche se smorzato da una battutaccia sibilata sulla faccia.        Aveva deciso e, i 35 km da fare,a piedi,dentro al freddo,la nebbia,il buio della notte,il pattugliamento, la ronda,i delinquenti e chissà quant'altro, sarebbero stati semplicemente strada da fare e basta, coi suoi occhi a guida attentissima per avvisarla di ogni possibile pericolo o agguato.  Il messaggio era chiaro e lei sarebbe stata degna di quella missione che le era stata affidata. Diede  un'occhiata furtiva alla finestra.  I rintocchi lugubri del campanone le preannunciavano l'iminente apertura dei cancelli della fabbrica. Dalla parrocchia le arrivò un coro sguaiato che sentiva da quando andava all'asilo dalle suore. .Noi vogliam Dio vergin MariA noi vogliam Dio che è nostro rE,noi vogliam Dio  che è nostro padrE noi vogliam Dio che nostro RE... Un burro che si sarebbe trasformato in sale. Altro che consolazione! Si guardò attorno quasi con tenerezza. Conosceva tutto di quella fabbrica e degli operai che vi lavoravano. Una piega di preoccupazione attraversò per un'attimo il suo volto da bambina. Decisa si avviò alla porta. Negli occhi tutti i compagni. Chissà... se mai li avrebbe più rivisti.   Furtivamente s'infilò il cappottino di lana che,come per una misteriosa alchimia diventò caldo come la groppa di venti cammelli fieri della loro funzione. Solitaria si trovò nel lungo viale familiare dove sfilavano i pioppi. Ne avrebbe sentito la mancanza con una nostalgia  improvvisa e sempre troppo forte per ricacciarla nel fondo da dov'era venuta. Sapeva che si sarebbe rifugiata nella sua  gola dove avrebbe messo le radici. E avrebbe ricordato il lampione davanti casa che stagliava con la sua luce una parte della parete esterna e qualche gradino prima d'arrivare nel calduccio della sua stanza allietata dalla grande stufa accesa,gli odori buoni della cucina della mamma che sprigionavano da ogni parte.     Ma nel frattempo per la grande marciata avrebbe dovuto trasformarsi in gufo nel percepire dei passi nell'oscurità.  Avrebbe dubitato di chiunque,anche di chi giurava spergiurava e piangeva per verità mai state.   Avrebbe cercato di non confondere il sacro furore con la pioggia.   Avrebbe dubitato dei silenzi innaturali.   E mentre il suo fiato diventava comignolo di fumo gelato sentiva le guance farsi rosse come il più bel sole vittoriosioso. Gli occhi brucianti per un nuovo giorno a venire che,se avrebbe visto tanti compagni,amici,e persone care sottoterra,la gente si sarebbe ripresa,fatta coraggio,ritrovate le forze e, dalle macerie avrebbe cominciato a rivangare la terra per costruire su quel sogno di pace semi alti di grano, il bollore allegro della pentola sul fuoco, un Partito Comunista forte su un fronte unico e efficace,capace d'influenzare le masse, cresciuto sull'azione della classe lavoratrice contro la reazione capitalistica che ne avrebbe aiutato lo sviluppo,sostenuto dall'unità sindacale per la difesa della classe operaia e dei più deboli,l'amore semplice col proprio uomo, anche se non sarebbero mancati i malumori e i rimbrottii,il letto con le lenzuola fresche di bucato al profumo di lavanda,e,al posto del gagliardetto un fiore di campo ogni mattina.(Dai quaderni di mia madre)

 Mirka



"Loosin yelav" (Canto armeno)








 Nota:  Da alcuni giorni ho aperto il grosso baule che contiene i diari, gli scritti di mia madr,i carteggi. Cominciato da qualche anno il lavoro di lettura,poi sospeso,ora ripreso perchè,credo,sia doveroso portarlo alla luce. Ho trovato questo. Mia madre aveva una calligrafia armoniosa elegante sottile e scriveva quasi sempre a penna. Sto portando alla luce molte cose sue,ma spesso  trovo difficile comprendere appieno quella calligrafia così minuta. Per farlo debbo usare l'intuito. Sono allora costretta a mettere qualche parola che riflette più il mio gergo che il su. I nomi delle persone citate nel racconto sono ovviamente posticci. Il fatto reale.

12 commenti:

  1. Assolutamente si. Le giovinezze erano molto diverse e non solo per il tempo storico.Lo spirito di lotta per liberare il Paese dalle persecuzioni nazifasciste era più forte della paura di morire per mano loro (vedi l'esempio di quella giovane da te citata) e l'ottimismo che animava il popolo per quella prospettiva di Liberazione era un'autentica forza di unione,di collettività. Sopratutto delle classi lavoratrici,agricole,profondamente coscienti che,per scacciare il nemico era necessario far capo a delle organizzazioni capaci,capillari,coordinate dalla durezza della disciplina.(Clara). Una rivoluzione permanente,insomma,e il Partito Comunista (nascente) d'allora fu fondamentale,grazie anche a una politica di unità democratica antifascista con Alleanze Europee che avessero a cuore lo stesso obiettivo,gli stessi ideali.Fabrizio D.A..

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  2. Una pagina di diario testimoniale straordinaria,incredibile. Lasciamo che ci riflettano I giovani di adesso. Un fortissimo abbraccio. Sergio

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  3. Ho conosciuto la signora Bianca e mi sono commossa.Il bisogno di "quella" gioventù era quella di credere per vincere e vincere per costruire. Un abbraccio fortissimo. Beatrice

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  4. Toccante veramente.Ricordo ciò che mi raccontava mia zia. Grazie. Giorgio.S.

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  5. In tutti nasceva qualcosa di forte FABRIZIO al di là della stessa vita impiegata o data per quell'ideale di giustizia e libertà. Le donne?... Credo sua sufficiente leggere la pagina scritta da mia madre. Mirka

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  6. SERGIO,tutto cambia,anche il modo di sentire,di porsi,intellettualmente ma soprattutto col sentimento del cuore che non conosce obblighi di prigione o di sottomissione a un padrone. Nell'oggi? Non so. Mi trovi impreparata e sconcertata insieme. Mirka

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  7. Cara BEA,sei tu ora che commuovi me. Ma ti ringrazio sinceramente. Mirka

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  8. Nel tempo in cui fu scritto questa commovente pagina di diario,si credeva profondamente che lottare per la libertà e l'unità del proprio paese fosse un dovere che valesse la fatica di affrontare 35 km a piedi e forse aver rovinata per sempre la propria giovinezza. Donne straordinarie quelle d'allora. Un grazie veramete di cuore.Grazia

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  9. Si GRAZIA,donne straordinarie,quelle di allora, consapevoli e responsabili sin dagli anni verdissimi. Mirka

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  10. Quanti tesori si possono trovare in uno scritto forse anche lasciato perchè si trovasse,si meditasse,rinnovando di freschezza le forti emozioni di allora. Mariu

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  11. Che generosa primavera! E che fede in quegli ideali che dovevano portare alla concretezza della libertà dal nemico costasse pure la vita. Incredibile però......Ciao il camice verde Andrea

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  12. Quelle sono state le donne che hanno dato il via al vero comunismo .Coraggiose e chiare nel sentire come nell'agire. Peccato siano sparite.Almeno così pare.Elisa

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